103 // Peripli a Matera parte III. Ritorno

QUI la parte II

Dopo il risveglio sotto la volta del sasso, mi affaccio in strada. Con gli occhi ritagliati dal sole, chiacchierata con un nuovo amico poeta sulla civiltà contadina scomparsa.
Bagaglio in spalla, vago per Matera. Cotto di sole, mi fermo di fronte alla brezza e al gorgoglio del Bradano. Accanto a me una fontanella di antica sete.

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San Pietro e Paolo al Sasso Caveoso, un’Assunta dalle braccia accoglienti, un ricamo di pala d’altare. E le finestre, ferite sulla gravina.
Mi fermo a respirare e scrivere su un gradino, risalendo verso il Duomo per vicoli scoperchiati, tra ombre scialbe e fantasmi di tufo.
Alla fine della scalata, una chiesa bella e senza nome. Miseremini. Una Santa nella nicchia destra mi atterra. Qui le statue parlano.
Il tempo è scaduto. Corro e corro, passanti sempre gentilissimi. Un bicchiere d’acqua in un bar dal retro semibuio, con tanti sguardi in silenzio e maniglie di ceramica. E la sospensione di una una panchina calda, un cipresso, cicale, panni stesi su pilastri di calcestruzzo anni ’60, accanto a un anziano in blu. Nato tra i sassi, si duole delle loro sorti, ha una nipote emigrata all’UE e che cosa ci vogliamo fare. La stretta di mano. La partenza. L’autista è una maschera tragicomica, come tutti noi al sud.
Riparto da Matera con gli occhi pieni e l’animo sollevato. Ringraziando tutte le splendide persone che ho incontrato.
Matera, pensavo, Mater Matuta della continuità; mi ricorda tanto il nostro interno d’isola, le nostre timpe, così dalla preistoria ai Basiliani, fino a ieri appena, quasi una Pantalica non interrotta da caduta d’anaktoron.
E Altamura e le sue murge e i muretti a secco. L’immersione nel mare d’ulivi.
Bari dalla periferia popolosa, nelle narici ho ancora il profumo di detersivo sui basoli bianchi. Terlizzi, Ruvo, Bisceglie, toponimi che ora hanno un senso d’amicizia. Molfetta con i due campanili a mare, Trani della quale vedo solo un sottopasso e mi devo affidare alla memoria.
Finalmente dall’alto rivedo il mare. Tornato infine all’adorato Adriatico di cattedrali bianche, olive ascolane, bucintori e koinè romaniche, romane, greche. Dall’altra parte le nostre metropoli, il ritorno all’origine di là dalle onde.

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Passata Andria, si chiude a Barletta la parentesi adriatica. Le fronde cedono il posto a vigne e pomodori. Mi assopisco un momento e mi risveglio alla calura, ai fianchi riarsi, alle propaggini degli Appennini che vengono a sciogliersi sul Tavoliere.
Ci addentriamo tra declivi macchiati di bosco e di grano, carezze per gli occhi.
Tra stanchezze e veglie, qualche raro paese arroccato. Non si vede la vagheggiata Venosa oraziana, di una vita parallela. Siamo anche noi figli di una diaspora.
L’Irpinia smeraldina, fiera, Avellino, una cupola nel bosco, uno sventrato castello colmo d’alberi.
Poco prima della biforcazione per Caserta, una cupola verde su tamburo intonacato di rosa svetta sopra antenne paraboliche e case basse d’edilizia scadente. Come siamo riusciti ad affogare tutto?
Ormai in piano, prossimi alla Città Nuova. Pomigliano d’Arco, toponimi antichi per distese odierne. “Vesuvio Nord non eroga benzina”, buffo se uomini futuri rinvenissero i nostri avvisi al posto delle antiche epigrafi.
Napule! Mi fermo presso un paninaro, ovunque si sentono salsiccia e friarielli.
Rispetto ad altre capitali borboniche è sempre vivo, a Napoli, il desiderio di riscatto da parte della gente. E tra musealizzazioni e cartelli esplicativi è tutto un cantiere, compresa la Pietrasanta, che osservo sempre dal molo sul Tirreno.

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Afa infernale. Pellegrino, mi trascino per la zona del Duomo e di via San Biagio, via Spaccanapoli, via dei Tribunali. Mi siedo infine in piazza Miraglia, alle spalle San Gaetano, volte gotiche, sotterranei, il cortile socchiuso di palazzo Spinelli con ovali scolpiti, desaturati. Si siede accanto a me una coppia di francesi. Tento dunque la sorte di un Caravaggio che si rivela invisibile.
Disfatto dal caldo, attendo ogni raro filo di brezza da Capodimonte. Dopo una foto al Pulcinella del vico dai tre nomi, anche stavolta ceno con una Margherita.

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Sul far della sera, torno alla stazione ormai contemporanea, rinnovata dopo il mio precedente viaggio. Riposo un po’, tra spari d’acqua frizzante. Sul pullman ritrovo i compagni dell’andata, scoprendo tra l’altro di esserci già conosciuti sulle Prealpi: incredibili coincidenze.
Sveglio nella notte, poi mi assopisco per sfinimento, cullato dalle colline senesi. Al risveglio, mi ritrovo circondato dalle brume della campagna emiliana e infine, a sorpresa, scorgo Monselice, la collina, le mura, le Sette Chiese, il borgo che riscopro tanto familiare.
Ripenso anche alla Sicilia non sfiorata, al profumo dei faggi, alla mia città croccante. E adieu…
E agli occhi pieni di questo viaggio, all’animo grato e sollevato dalla gioia degli incontri, alle poesie scritte un anno fa sull’Etna e accolte a Matera in chiusura di cerchio.
Con un sorriso giungo in laguna, dove il sole danza sull’acqua. Ho gli occhi secchi in un lento ritorno a casa, dove mi aspetta un sonno ristoratore e il profumo dell’aria fresca e malinconica di fine agosto.

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