124 // Rinaldo d’Aquino e la poesia di lontananza

ex-voto-alfio-cirino-filadelfio-trecastagni-peripli

Vi proponiamo oggi un articolo che ci è caro. Ascolteremo la voce di una donna siciliana del Duecento, dolente per la partenza e la lontananza dell’amato e inconsueta protagonista di una straordinaria poesia, dal titolo “Già mai non mi conforto”, scritta da Rinaldo d’Aquino, esponente della Scuola siciliana.
L’occasione scelta dal poeta per sviluppare la narrazione del distacco è la sesta crociata, guidata da Federico II (1228-1229).

Si tratta di una meravigliosa composizione, un vero e proprio montaggio di spazi e tempi diversi, percorsi dagli impeti emotivi della voce narrante, che si snodano e riannodano come le cime delle navi del testo (peraltro oggetto di personificazione retorica), sul punto di issare le vele. Così è l’animo spossato della donna, nello svolgersi di una sequenza narrativa dal montaggio e dalla profondità psicologica di grande modernità.

E non solo struggente amor cortese: si tratta al contempo di una poesia politica, che può sollevare ancora oggi delle domande su ogni “pax” più o meno apparente e le sue ricadute sulle vite dei singoli.

Le ottave sono accompagnate da una nostra parafrasi. Vi proporremo prossimamente una seconda rilettura a sorpresa.

Un’ultima nota sulla fotografia di copertina, scattata durante un periplo etneo. Abbiamo voluto accostare alla poesia un’altra “storia di persone”: l’ex voto di un uomo e una donna sopravvissuti a un viaggio oltremare nel 1908, dipinto su latta,  oggi conservato nel prezioso Museo degli ex voto (il più grande del Mediterraneo) del Santuario dei SS. Alfio, Cirino e Filadelfio a Trecastagni (Catania).

*

Già mai non mi conforto

Rinaldo D’Aquino

Schema metrico: canzonetta in otto ottave costituite da quattro ottonari, tre settenari, un senario.

Rime: ABABCDCD

Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e [or] vogliono col[l]are.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
como degio fare?

Non mi conforto mai, né mi voglio rallegrare. Le navi hanno virato (“son giute”) verso il porto e vogliono issare le vele [“collare”, tirar su le cime]. Il più nobile [“gente”] se ne va in terra d’oltremare e io, disperata [o “spossata” o “lasciata”] dolente, come devo fare?

Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’n celo ned in terra
non mi par ch’io sia.

Se ne va in un’altra terra e non me lo manda a dire e io rimango ingannata: sono così tanti i sospiri, che mi fanno gran guerra, di notte come di giorno, e non mi sembra di essere né in cielo né in terra.

Santus, santus, [santus] Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dot[t]ata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!

Santo, santo, santo Dio, che ti sei incarnato nella Vergine, salva e veglia sull’amore mio, poiché l’hai fatto partire da me. Oh alta potenza di Dio, temuta e riverita, che ti sia raccomandata la mia più dolce amicizia!

La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Oi croce pellegrina,
perchè m’ài sì distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tut[t]a!

La croce salva la gente e me invece porta fuori dalla retta via, la croce mi rende dolente e non mi dà forza [“val”] pregare Dio [o “a nulla vale per me pregare Dio”]. Oh croce dei pellegrini, perché mi hai così distrutta? Ohimé, disperata [o “spossata” o “lasciata”] misera, che ardo e incendio tutta!

Lo ’mperadore con pace
tut[t]o l[o] mondo mantene
ed a me[ve] guerra face,
chè m’à tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!

L’imperatore regge tutto il mondo con la pace e a me invece fa la guerra, poiché mi ha tolto la mia speranza. Oh alta potenza di Dio, temuta e riverita, che ti sia raccomandata la mia più dolce amicizia!

Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi [eo] ne fui ba[t]tuta
e messa en pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!

Certo non lo pensai, quando colui che tanto mi amò e che io tanto amai prese la croce [si fece crociato], ch’io mi sarei sentita come picchiata e messa in prigionia e tenuta in cella per la vita mia!

Le navi sono collate
in bonor possano andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’à andare!
[Oi] padre criatore,
a porto le conduci,
chè vanno a servidore
de la Santa Cruci.

Le navi hanno issato le vele, possano andare con buon vento e sorte; e con esse il mio amore [amistate] e la tutta la gente che vi deve andare! Oh padre Creatore, conducile in porto, poiché vanno come servitrici della Santa Croce.

Però ti prego, Duccetto,
[tu] che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
[la] notte né [la] dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!

Però ti prego, Dolcetto [riferito al poeta], tu che conosci la mia pena, fammene un sonetto e mandalo in Siria. Poiché io non posso trovare pace [abentare] di notte, né di giorno: in terra d’oltremare sta la vita mia!

*

P.S.: Un ringraziamento a Patrizia Sardisco per la segnalazione del volume di Vincenzo Crescini “Manualetto Provenzale”, Verona e Padova, 1905.

.

(photo Giovanni Asmundo)

Annunci