128 // Vilhelm Bersoe e la leggenda della Pietra cantante d’Ischia

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Iniziamo oggi una rubrica dedicata al periplo delle isole Flegree, facente parte di un nostro nuovo progetto sul nascere con il quale ripercorreremo l’antica rotta Euboica, che vi presenteremo più avanti.

Dal nostro taccuino di trascrizioni, dunque, vi proponiamo un’affascinante pagina tratta da “La Pietra cantante (una leggenda dell’isola d’Ischia)” di Jörgen Vilhem Bergsøe, Imagaenaria Edizioni, Ischia, 2013

[…] Francesco lanciò il fiore bianco nel ruscello, dove l’acqua lo sospinse via. Allora gli chiesi: “Ma come mai non è rimasta traccia del palazzo del re dei Mori e sul monte Tabor non è conservata neanche la rovina di un muro che indichi il punto in cui un tempo sorgeva il castello?”
“Avevo dimenticato di raccontarlo”, disse Francesco. “Ebin il Tabor aveva a corte un grande e potente stregone, uno degli uomini più saggi che l’Oriente abbia mai conosciuto. Questi era in possesso di migliaia di mezzi misteriosi, che in parte sono andati perduti, in parte però sono stati tramandati qui sull’isola sotto le sembianze di alcune persone che dovrebbero discendere dai Saraceni […]. Quando il popolo assalì il castello e gli uomini di Ebin il Tabor erano quasi tutti caduti, il re, insieme al suo saggio stregone, scappò in alto, sempre più in alto dalle fiamme vendicative attizzate dal popolo. Quando il fuoco avvolse tutto il castello, tanto che si vedeva in tutta l’isola e perfino oltre il mare, il re insieme al suo stregone si mise in salvo sul tetto del castello, circondato da tutti i lati da fumo e fiamme. Tutti pensarono che essi sarebbero caduti tra le fiamme o comunque sarebbero morti. Ma all’improvviso lo stergone lanciò in aria un bastone illuminato che oscurò il chiarore delle fiamme e nello stesso istante il castello sprofondò nella terra.
Solo laddove il bastone illuminato aveva toccato la terra, essa si aprì, formando screpolature e crepacci ed eruttando acque calde; coloro i quali erano accorsi a vedere perirono. Perciò il monte divenne brullo e bruciato, come ancora oggi appare; in alcuni punti le acque calde non si ritirarono ed è per questo che le ritroviamo ancora oggi a Punta Castiglione e nelle conche situate sull’altro lato del monte, presso Casamicciola.
Ma nel punto in cui lo stregone aveva fatto sprofondare il castello, tanto che oggi non ne è rimasto neanche un sasso, sorse dal crepaccio una roccia enorme che si era formata nella terra. È quella lì che si vede da qui attraverso gli alberi e della quale mi avevate chiesto quando ero nella vostra loggia. Assomiglia a un guerriero saraceno, chiuso nel suo burnus, le braccia sollevate al cielo e lo sguardo fisso verso il mare. Alcuni dicono che si tratti dello stregone, ma noi lo chiamiamo la pietra cantante.
“La pietra cantante!” esclamai sorpreso. “Un nome molto strano”.
“Vedete, Eccellenza”, disse Freancesco in tono misterioso e confidenziale, “non c’è posto sull’isola che non rimandi, con un nome particolare o in altro modo, ai tempi antichi. E quanto è stata funestata la nostra isola! Fame, guerra, peste, terremoti e terribili eruzioni degli spiriti maligni che dai tempi dei pagani giacciono prigionieri sotto le cime dell’Epomeo — l’isola è sempre stata esposta. Per tutte le sofferenze subite, c’è davvero da stupirsi che per disperazione non si sia nascosta nelle profondità marine e non sia stata cancellata dalla fila delle isole.

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Immagine d’incipit: Oswald Achenbach, Sera su Ischia con veduta del monte Epomeo (1827)

Immagine d’explicit: foto di Giovanni Asmundo, Castello Aragonese d’Ischia (2016). Sullo sfondo, monte Tabor e monte Epomeo

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