131 // Un periplo adriatico // Parte II. Matera-Accettura

(QUI la parte I)

9 agosto 2016
Dopo una colazione presso ospiti cortesi, sono fuori nel sole. Raggiungo l’amico scrittore, seduto in un caffè in piazza Pascoli. Mi affaccio da un balcone, Matera mi ferisce quasi gli occhi socchiusi. Faccio un passo indietro, scatto una foto in bilico sulla soglia, in una condizione liminale.
La luce è scolpita.

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Scivolo e accarezzo con gli occhi la pietra della mia chiesa preferita, commovente e senza nome, dalle statue parlanti. In realtà è dedicata a Santa Chiara, ma voglio ricordare il momento di abbacinato oblio di un anno fa.
Entriamo a San Francesco, in cui una Madonna con bambino e Sant’Eustachio reggono palmette e fiori.
E poi Santa Maria del Purgatorio. Miseremini mei, miseremini mei, saltem vos, amici mei.
L’interno è un’essenza barocca, tra teschi e incredibili capitelli compositi bicromi.

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Il sole annebbia e acuisce. Ogni cosa è chiaroscuro.

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Camminiamo in punta di piedi, di cresta in cresta.
Matea ole.

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Il MUSMA, Museo della Scultura Contemporanea di Matera.
Il fascino e l’intelligenza di un luogo.

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Siamo gli unici visitatori. Trovo l’allestimento davvero sensibile e meritevole; e così il livello delle opere. Lasso altrui fotografare le affascinanti viscere rupestri con le quali dialoga gran parte dell’esposizione, limitandomi a riportare qui soltanto un paio di sculture di Pietro Guida, accostandole. Impresse nella memoria anche certe coincidenze che mi richiamano alla mente familiarità siciliane, tra le quali un Ritratto di Concetta di Giuseppe Mazzullo, nato a Graniti.

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Pietro Guida, L’equilibrista (Uomo in bicicletta; Il giocoliere), 1956
Pietro Guida, Figura che apre la porta, 1980

E in questo cortile compresso, avvitate le scale, si arrampicano cornici, ombre nette, persiane, perimetri, tufi, la città che sale ricordando una geometria paradossale.

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Via dunque, alla ricerca di fantomatici biglietti di autobus chimera, per raggiungere Accettura che ci attende ospitale.
Scendiamo verso il Basento, spalle ai calanchi, attraversate le gravine.
A Grassano Scalo una lunga sosta; pare sia stato inaugurato ieri un Museo virtuale sul confino di Carlo Levi, che qui rimase tre anni.
Quindi il deserto lucano, salendo e sprofondando nel Sud.

Vacche sudate scalano lentamente un Golgota d’arsura.

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Scaliamo anche noi cento tornanti, sempre più abbagliati.
La luce che tutto scolora.

In cima, la maestà dei calanchi.

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Ritrovo immutato il percorso fino ad Accettura, sembra ieri. Una fetta di pizza all’origano in piazza. Ci accoglie il caro amico poeta. Il tempo di un cambio d’abito e ci ritroviamo alla premiazione del concorso dedicato da “La Presenza di Èrato” alla festa del Maggio, straordinario culto arboreo dal sapore primordiale, ancora vivo ad Accettura.

Leggo anch’io il mio racconto, timido e felice, in un omaggio a una cara memoria di pini.

“E non era per via di una mancata metamorfosi, ma per una scelta di morbidezza dello spirito, che quell’ombrello smeraldino era stato desiderato e piantato; e si fondeva forse per questo con le tegole del baglio, si levigava nella luce dell’ora assorta, prima del tramonto, al pari della pietra calcarea dei muri, che intiepidiva lentamente. O forse, invece, per qualche similitudine con un gorgoglio di verdi acque di fonte che, non ancora tramutate in ninfe, si levassero dal sonno della terra fertile e nera”.
(L’intero racconto è pubblicato sul blog “La presenza di Èrato”)

E il tempo dell’avventura cede il posto a quello dell’amicizia; tempo che scorre sereno insieme ad amici e amiche, tra peperone crusco, vino, poesia, traduzioni, doni ricevuti.

Sospesi sul profumo dei boschi profondi, sulla luna.

E di notte è già domani. Ringrazio silenzioso per l’ospitalità.
Malinconia l’andare. In punta di piedi. Sulla prora di pietra del paese si deve sospendere il fiato (dormono i boschi azzurri; echi di galli).

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(si conclude QUI con la parte III)

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(foto e testi di G. Asmundo)

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