140 // Festa della Sensa a Venezia. Un periplo lagunare

Dal taccuino.
Venezia, festa della Sensa, 28 maggio dell’anno 2017.

La marea è alta. Venezia emerge dall’acqua. Sul viso ha un velo bianco fatto di luce, in questo giorno simbolico, pronta allo sposalizio del mare.
Tra barche e vele di ogni foggia, bianche, rosse, triangolari, raschiamo i fianchi Tronchetto, per poi scivolare nell’abbraccio del canale della Giudecca. Intraprendere il periplo della città lagunare con il vaporetto 4.1 è come far girare in senso antiorario la lancetta del tempo, dalle ultime propaggini portuali di Venezia alla sua porta di mare d’Oriente.

Alla Dogana si spalanca come sempre il Bacino, che oggi sembra un mare anche più del solito. L’incanto abbagliato del sole sulle onde luccicanti, sugli intonaci e le pietre di Braza, sui pini profumati e le cicale greche dei Giardini. Si misura e rimisura, Venezia, in questo panormo dalle distanze effimere. In questo canale che sopra le acque salse e dolci ha visto ogni ormeggio e partenza.
Oggi più del solito i campanili del Redentore sembrano minareti, l’Arsenale una fortezza di Candia; il viso di Venezia ricorda la seta e le sue cortine di palazzi Bisanzio; le sue colonne Brindisi, i suoi mandracchi Cherso, i suoi affacci Trieste, le sue isole Ortigia. Oggi più che mai, le cupole e i cavalli bronzei galoppano sulla brezza fino a Costantinopoli.
Oggi la marea porta il respiro dell’Adriatico, dello Ionio, dell’Egeo.
In questo giorno Venezia sembra riassumere in sé tutte le città del Mediterraneo.

Mezzogiorno, Isola della Certosa. (All’Arsenale è in corso la manutenzione del MoSe, grandi cicogne gialle dissepolte dai fondali marini).
Pensieri a braccia aperte, in piedi sul terrapieno investito dallo scirocco. La rosa dei venti rifiorisce in questo maggio lagunare.
E la mente vola a Torcello, alle palificate nel caranto, alla grande peste, al finto arco trionfale di Palladio, al fruscio di vestiti settecenteschi in calli medievali.
A un tratto, sembra di udire tamburi da oltre la bocca di porto. Che sia il Bucintoro?
Chiudendo gli occhi, si può immaginare la scena del lancio dell’anello del Doge, dopo mille e diciassette anni: “Mare, noi ti sposiamo in segno di vero e perpetuo dominio”.
E si potrebbero scorgere brigantini carichi di merci; e udire voci di marinai, bastazi e mercanti di ogni porto, dirette al Tezon del Lazzaretto Nuovo; e forse anche i canti della flotta stanziata nei pressi di San Nicolò prima di salpare per Lepanto.

E l’isola e il forte San’Andrea, eccezionalmente visitabile. La difesa della bocca di porto, il primo frontemare della Serenissima, il forte dei forti levantini, il capolavoro di Michele Sanmicheli.
Le bocche di cannone più eleganti che io ricordi, ognuna sormontata da un leone dalle fauci spalancate.
Sullo sfondo, l’isola di Sant’Erasmo e la spiaggia del bacàn, vera e propria finis terrae.

Il controcampo è un rilievo stiacciato d’isole: la Certosa, San Servolo, San Lazzaro degli Armeni con il suo campanile di diaspora, il Lido.

In piedi sulla porta da mar del forte, prorompente sull’acqua. Sembra di colpo di ritrovarsi a Zara. E come rifulge nel sole la pietra d’Istria del raffinato bugnato sanmicheliano, con i fiori d’abaco e la metopa piegata sansoviniana.

Il forte è una meraviglia progettuale e costruttiva dalla continua reinvenzione.

Un serrato incontro tra disegnatissime geometrie e forti tensioni costruttive e figurative.

Tra scale leonardesche, doppie altezze, passerelle e ponti piranesiani ante litteram.

“Sei ore cala, sei ore cresce”. Si è gonfiata la laguna di sale brillante, nella luce sempre più morbida del pomeriggio.

Con qualche cambio di bateo siamo al Lido, la spiaggia dei Murazzi è colmata da vento e conchiglie. Questa grandiosa opera di ultima difesa dal mare della Serenissima. La marea qui è già scesa più velocemente che in laguna.

Tra le onde, forse, per un attimo è apparso Colapesce, arrivato fin qui chissà come.

E si spande così intenso il profumo dei gelsomini in riviera di Corinto, l’acqua è uno specchio d’indaco e arancio. Il tempo è l’onda ferma di un’immensa quiete. Qui si trova pace.

Di isola in isola, di darsena in darsena, di bricola in bricola.
Lentamente, mentre il sole cala tra Marghera lontana e il profilo dei colli Euganei (per un istante sembra di sentirne il profumo di sottobosco), scivoliamo accanto al Lazzaretto Vecchio, al liberty dei giardini.
Quando il disco rosso e gigante del sole si tuffa tra i tetti e i campanili, è l’ora di iniziare il lungo ritorno, gustando l’imbrunire.

*

Grazie ai compagni di viaggio di questo periplo.

(Foto e testi di Giovanni Asmundo)

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