142 // Un periplo adriatico // Parte III. Matera-Grado

(QUI la parte II)

Accettura, 10 agosto 2016

In punta di piedi, dicevo, serrato l’uscio tra brume azzurre, caffè strettissimo, senza vocali, all’Underground in piazza del Popolo (quanto tutto questo è così familiare). E poi giù per i monti, planando più alti del disco solare, tra le macchie dell’alba che filtrano tra i cerri del bosco, dal colorato profumo così intenso. Giù fino agli umettati fondovalle, tra scaglie di roccia e la Salandrella.
E di nuovo Oliveto Lucano, con la solita miracolosa manovra a gomito del pullman nella piazzetta. Gli anziani con le accette seduti sotto un murale di ceramica, le case e le scale petrigne ai piedi della chiesa, la strettoia e la paziente attesa dovuta al camion per il montaggio delle luminarie. Delle signore si dicono tutte prese di caldo già all’alba, parlano con l’autista di una fontana, finalmente l’hanno finita…

A Garaguso, sotto il paese, dinanzi a una grotta che ricordavo ancora, scorgo un pastore come scolpito, con un popolo di pecore, un piccolo parente di Ciclope, in piedi a dominare il gregge contro la rupe. Il solito cavallo, sul colle di fronte, ha la coda d’oro per il raggio di sole che la colpisce. Salgono in bus dei ragazzini del paese appollaiato, per andare a Matera “allo shoppìng” con l’accento spostato.

Ma una scena indimenticabile: scendendo da Accettura, su un crinale alla fine del mondo, abbiamo incrociato (l’autista e io, unico passeggero dell’aurora) la corriera opposta per Stigliano: spenti i motori, gli autisti a chiacchierare senza tempo, in mezzo alla strada, finestrini comunicanti, sul ciglio dell’alba, sul limite dei due Parnasi.

Sono partito dall’entroterra lucano già con distacco e nostalgia. So che gli amici sono alcuni ad Accettura, altri a Craco. Lasciata la terra sciolta, sulle strade sconnesse del Basento e un bus scassatissimo, tra colpi di sonno e nausea, bacio terra e materia a Matera. Ho del tempo, forse poco, forse molto.

Il Caffè Tripoli e il Sasso Barisano, con cornetto alla ricotta e fichi e un’ultima foto nella luce scialba di un mattino tufaceo e sereno. Aspiro la brezza.

Agli amici rivisti con grandissima gioia; ai nuovi incontri; ai luoghi di andate e ritorni nella terra degli alberi profumati, dei calanchi, dei sassi.

Dopo un tempo imprecisato, passeggio verso il terminal-spiazzale, tra autobus incastratissimi, a lisca di pesce (speriamo che per il 2019 la situazione migliori). Qui mi rimetto a scrivere, nella prolungata attesa di un ignoto pullman. Ma questa seconda Matera, di mattoni, cordoli e cedri, nonostante tutto è alla fine complementare rispetto alla svuotata antichità; è vita dei Materani, con nasi lunghi e fronti aperte.

Sul mio autobus, autista scoppiato ma molto simpatico. Musica: grandi e piccoli successi italiani anni ’60-’80, comprese improbabili cover ita/eng. E andiamo spaziando sulla Murgia di Altamura, ripensando ai muretti a secco ragusani che non vedo, ahimé da tanti anni, sognando Castel del Monte, invisibile e austero, popolato di acrobati. Ogni tanto qualche pseudo-tholos grigia di trullo. Quindi l’oceano d’ulivi e le masserie petrose come segni d’interpunzione del paesaggio. Affascinante quella di Monterotondo. Staranno galleggiando ancora le isole, sul mare greco del Gargano?

Figure chine di migranti raccolgono pomodori, stagliate sotto i dardi verticali del sole. Eppure manca oggi una sorta di nuovo realismo che sappia o voglia inquadrarne le scene.
Capre scure su stoppie aguzze. E ancora mille scene di raccolta, su casse di pomodori vivi.

Contrasti. Tra archeologia e mare turchino, un autogrill in Molise sceglie la sua caratterizzazione turistica: per promuovere la regione, sulla parete di fondo campeggia una foto di discinte pigiatrici d’uva.
Pausa taralli e si torna in pullman e agli anni ’80.

Attraversata adesso una Pescara sempre più interessante, in bilico sul medio Adriatico, con istanze di rinnovamento. Tra laterizi da centro-nord e cornici colorate del sud, palazzi razionalisti, il nuovo ponte, la stazione riflettente, il passeggio vivace, le persone attente.

Tra le colline marchigiane e la megalopoli lineare. Il mare si fa iridescente alla dolce foce dell’Aso d’infanzia. Oltre, fulmini e nubi plumbee sui paesi di mattoni ancora arroccati. Ci investe una gragnuola di piogge picene. Scompare la compagnia di camion austroungarici. Dai migranti che raccoglievano pomodori alla solitudine dei girasoli, individui a spalle curve, sferzati dalla pioggia.
Nuvole di ogni foggia sui campi. Passata Sirolo, protesa come cranio di testuggine, si riapre il cielo.

Quanta umanità! Lungo la Flaminia carichiamo un’altra compagnia multietnica. Tutti appassionatamente in coda a Rimini, un’estate italiana, tra manifesti del circo e tanta musica da finestrino. Il nostro autista, un tipo sornione, racconta le vite degli altri. Una ragazza alle mie spalle telefona a ripetizione a tutte le amiche per un resoconto dettagliatissimo sulla propria dieta, nonché altre amenità. Il paesaggio se la ride.

Percorrendo la pianura, mi diverto con giochi di parole: estive balere spiaggiate su lidi di granturco…
In una striscia di sole si fa rosato l’Appennino, dorato l’Oriente leggero, con i porti sepolti a partire da Classe.
Passata Bologna si allungano, fino a svanire, le ombre tiepide nella luce radente; nuvole scolpite di violetto e arancio. Attraversiamo alvei e paleoalvei. E sullo specchio del Po scivola il ballo, trasformatosi ormai in un languido lento.

A Monselice, sentinella attenta, ghiribizzi di nubi. Accuso la stanchezza. Tra il Piovego e il Marzenego, arrivo alla barriera di Mestre.

Interrotta la scrittura per troppa stanchezza. Scrivo adesso da Grado, due giorni dopo, dopo una tappa interessante a Torviscosa.
A Grado, traversata la laguna selvaggia d’isole, atmosfera serena e sospesa. Le chiese romaniche sorprendenti per la spiritualità delle semplici genti esiliate nell’antico scalo lagunare, con materiali di spolio riscolpiti dalla luce radente.

Bora notturna, memore di un bel ricordo, guardando il golfo di Trieste, un cerchio che si chiude. Luci a grappoli da Duino fino a Umago.

L’indomani, passeggio sul lungomare assolato. Mi stendo sulla diga napoleonica. E infine Aquileia. Spalle a Venezia, a Torcello, a Metamauco.
Alla ricerca del mare perduto, tra i mosaici di pesca mediterranea e balene bibliche. Dalla cima della torre campanaria, al vento, il limite dell’impero.
Mi appoggio poi al muro della Südhalle, aderisco completamente all’arenaria, con tutta la schiena, a occhi chiusi, il sole addosso, assorbendo il tempo.

Risalendo fino alla fine la china del mare bianco e dei millenni, approdo nel porto sepolto di Aquileia, cercando ormeggio.

Il viaggio è proseguito, ma termina simbolicamente qui questo racconto, percorsa due volte metà Adriatico, nell’ultima laguna del nord, terra e acqua di limes. A Grado, tra isole ospitali d’esuli, barene e santonego, contaminazioni.

Grazie per la lettura.

(foto e testi di Giovanni Asmundo)

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