166 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 4 // Esuli, affreschi, surfisti del tweet

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Capitolo IV

18.06.2018

Tirrenia

Qui, alla fine di tutte le stanze, nell’ora più calda. Nell’antico porto sepolto di Pisa, tra mura accoglienti, riflettendo, leggendo, prendendo appunti.

Un poster ondulato mi ricorda le ultime onde del mare su una battigia lontana. E penso a Charlie Chaplin in veste di Grande Dittatore, alla sua geniale parodia. E penso che una volta era necessario sbracciarsi da un balcone per animare una folla, mentre oggi non serve più alcuna fatica: basta un tweet. E penso che taluni uomini di potere abbiano ben imparato a cavalcare le onde mediatiche, quasi fossero dei surfisti della propaganda. E che le conseguenze negative delle loro strategie andranno ben oltre la loro stagione.

E tuttavia, osservando intorno, mi sembra che molte persone credano nella sopravvivenza di altri strumenti, tra i quali la penna e la voce; di certo meno dirompenti dei proclami ma, spero, efficaci a lungo termine.

 

 

Intorno a una tazza di caffè, chiacchieriamo con A. di storie, di sassi materani, di libri, di pappe sul fornello, di architettura e linguaggio in filosofi morti felicemente – come ha scritto il nostro amico G. – di forcole veneziane, di viaggi mediterranei. A un tratto, apro una pagina a caso di “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar e mi ritrovo sotto il dito una frase secondo la quale l’imperatore “aveva portato le aquile romane su lidi inesplorati fino a quel giorno”. Ridiamo, le coincidenze intrecciano fili inattesi e pertinenti.

Partiamo per una spedizione, le tre generazioni ed io, incuranti del sole insistente. Questo periplo ci sospinge, è l’occasione giusta per entrare nella basilica di San Piero in Grado, non lontana da qui e a lungo immaginata.

Il toponimo deriva da gradus, scalo portuale annidato nel grembo del sinus pisanus del porto antico. Non così dissimile da quell’altra Grado, scalo lagunare del porto fluviale romano di Aquileia, in cima a un Adriatico multiculturale, crocevia di scambi e cruciale luogo liminale, di frontiera e di profughi, dall’età antica sino all’attualità.

Arriviamo in vista della chiesa volgendo le spalle alla costa attuale. Attraversando tomboli e lame formati dall’interramento del porto, mentre la linea di costa si spostava, lenta e inesorabile, verso occidente. Controcorrente e a ritroso nel tempo, attraversiamo il nuovo mare di grano dei campi, su onde di spighe mosse dal vento.

Il sole bagna l’abside occidentale. Così si sarebbe potuta scorgere giungendo dal mare e inoltrandosi lungo le vie d’acqua del porto, con la carena della nave accarezzata dalle fitte alghe molli e scure, le stesse che secoli prima avevano colpito Rutilio Namaziano, tanto da prenderne nota lungo il suo viaggio di ritorno in Gallia.

Giriamo intorno alla chiesa, parcheggiamo tra sabbie portate fin qui dal vento. Il Tirreno non si vede, ma è sempre presente. Il verde mare del prato è disegnato dal volume  d’ombra dell’abside orientale. La basilica ha infatti un raro impianto a due corpi absidati speculari. Curioso che oggi, nell’accostarsi al manufatto, la situazione sia capovolta rispetto al passato e la vista privilegiata sia quella verso l’abside orientale, essendo quest’ultima lambita dalla strada principale.

 

 

Mi incuriosisce il campanile, che appare a un solo piano, con una copertura che lo rende simile a i prismi elementari delle costruzioni di legno da bambini. La torre fu minata dalle truppe tedesche nel luglio del ‘44 per distruggere un potenziale punto di osservazione.

La mente colma il prato e il silenzio, figurando lo scalo portuale. Moli, magazzini sull’acqua, botteghe, imbarcazioni pigre, vociare pacato e abbondante.

 

 

Vicino all’ingresso, mi soffermo su due marmi antichi di reimpiego, inseriti nella muratura di pietra. Due epoche differenti accostate fanno rintoccare il suono del tempo.

 

 

L’interno è una meraviglia di semplicità elegante e pura, volumi scarni e decori minuziosi, tra colonne e capitelli di spolio, nella penombra sfondata dai fori di luce romanica.

Scintillano le onde e le acque verdi del mare, ancora un ‘verdemare’ oggi assente, che ritroviamo come presenza all’inizio e alla fine della parete esposta al meridione assolato,  ne sentiamo gli spruzzi nelle narici, lo percepiamo al di là delle finestre.

 

 

Soprendenti colori degli affreschi, moltitudini di pesci. Sono le “Storie della vita di San Pietro”, affreschi opera del lucchese Deodato Orlandi, commissionati dai Caetani di Pisa per il primo Giubileo, nell’anno 1300, voluto da Bonifacio VIII. Quello stesso papa le cui politiche tanto costarono a Dante: come non pensare al suo esilio, al suo viaggio senza requie, agli sconvolgimenti politici con ricadute sulle vite dei singoli, alla nostalgia. Come non pensare agli esuli contemporanei, al loro migrare.

Porti aperti, siano essi luccicanti o sepolti: impasti di lingue e di merci, approdi di Santi, profughi, navi di pietra absidate e spiaggiate.

 

 

Siamo salpati alla volta di questo periplo levando gli ormeggi dalla bocca di porto del Lido, a Venezia, osservando la chiesa di San Pietro di Castello al tramonto; e da una visione del sonno di San Marco, approdato in laguna. Eccoci in altro luogo d’approdo, nella laguna interrata di Pisa. Quanti Santi pellegrini per mare, portatori di parole, al di là di ogni aspetto liturgico o legato alle confessioni, quanti uomini giunti dal mare trasportando parole, lingue, saperi, fossero essi mercanti, profeti, viaggiatori o rematori; uomini del mare costruttori per secoli di apertura fondata su un dialogo dalle mille declinazioni – retorica, vendita, poesia – che ci auspichiamo non venga mai interrotto.

In chiusura del cerchio, torneremo anche alla cattedra di San Pietro, straordinario manufatto islamico-cristiano, a Venezia, ritrovato alla fine di questo viaggio.

 

 

Ai piedi di navi dalle vele gonfie e porti di città bianche, appena la vista si riadatta al buio, si scorge un ciborio del XIV secolo eretto a racchiudere spazialmente il luogo nel quale San Pietro avrebbe predicato, cristallizzato in una modesta colonna-altare. Ma questa affonda le proprie radici in murature più antiche, un’abside paleocristiana e, ancora prima, nelle ossa di un edificio pubblico latino. Tutto ha continuità, tutto è continuità.

 

 

All’esterno, fotografo ancora una volta dei bellissimi tondi ceramici tra gli archetti, poiché mi stupisce trovarli a questa latitudine, ricordandomi un uso bizantino, da patera, dal sapore levantino o meridionale, quella strana koiné d’inserti decorativi osservati dalla Grecia fino al nostro Appennino profondo o isolano e che, con stilizzazioni diverse, si diffonde lungo la sponda meridionale e occidentale del Mediterraneo. Preziosi motivi geometrici e figurati che rappresentano una migrazione di segni, in un dialogo non verbale aperto per millenni.

Scopro in seguito che in effetti si tratta di copie di tondi (gli originali sono conservati al Museo Nazionale di San Matteo a Pisa) di produzione islamica, maiorchina e siciliana, datati X-XII secolo; il sentore di familiarità trova conferma.

 

 

Prima di ripartire, faccio una corsa per fotografare l’abside occidentale, indorata dal sole, come l’ho vista arrivando dal mare antico e assente.

Su un pannello ho letto che quest’abside speculare fu forse costruita in seguito a una piena dell’Arno. Mi piace pensare che l’acqua abbia dato forma all’achitettura, in qualche misura che non conosco.

 

 

Marina di Pisa

Esploriamo Marina di Pisa, avanzando tra file di edifici parallele al mare, comprese tra onde e chiome di pini di dannunziana memoria e frequentazione. Le ville e gli edifici pubblici condensano una squisita volta di secolo modernista, sospesi tra eclettismo e liberty. Ci fermiamo in auto per scattare una foto a una tendina d’epoca, ricamata a mano da qualche bisnonna, avulsa dallo scorrere del tempo.

 

 

Nei pressi del porticciolo è il momento dei saluti, ma ci rivedremo presto. Fotografo una villetta abbandonata, mi chiedo se a breve, a causa di un nuovo progetto per l’area, non possa scomparire.

 

 

Superate palmette, barche a vela e finiture di un porticciolo caratterizzato da un restyling architettonico elegante, aiuole svizzere e toni esclusivi, arrivo ad affacciarmi sul panorama di Boccadarno.

Sarà per via della luce, dell’orizzonte morbido di macchia mediterranea e delle Alpi Apuane, ma sembra un olio dipinto.

La liberazione del fiume. E il mare aperto, finalmente.

 

 

Poco dopo mi raggiunge P. ed eslploriamo la marina. Le bilance o retoni dei pescatori alludono a montagne capovolte e sospese, evanescenti come le spume che insistono sui frangiflutti.

 

 

Sarà il clima offuscato dalle notizie di cronaca, ma il porticciolo mi appare particolarmente esclusivo. L’imbocco mi appare difeso, serrato nell’abbraccio rotondo delle alte muraglie delle dighe. Si inquadra l’isola di Gorgona, in lontananza.

 

 

Alla foce, al contrario, i due colori delle acque del fiume e del mare si mescolano, così come le due correnti contrarie. Onde lunghe sembrano giungere da molto lontano, dal mare vecchio, con increspature scolpite.

 

 

L’orizzonte è una pennellata netta, una polla di luce tersa, di spalancata apertura. Quasi una metafora.

Via dunque, alla volta di Livorno, porto franco del Mediterraneo.

 

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