171 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 5 // Livorno: rayuela o il gioco del mondo

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Capitolo V

18.06.2018

Livorno

Ricalcando la via Aurelia, la strada litoranea discende tra i pini da Marina di Pisa a Livorno. Osservo il susseguirsi di eterogenei lidi novecenteschi, con vista delle onde spesso negata, a eccezione di qualche sprazzo fugace di spiaggia esposta all’orizzonte, al languore del Tirreno al tramonto.

Il panorama si schiude soltanto nei pressi dell’antica Calambrone, cala oggi interrata, allo sbocco del canale imperiale. E rivela il dorso duro della città portuale. Arterie viarie che si annodano e distendono, lunghe teorie di container chiusi e insondabili, negazione di una mercanzia vivace, lamierosi, corrugati e appena ingentiliti dalla luce radente.

Dopo essersi attorcigliati tra infrastrutture cantieristiche e industriali, si arriva all’impatto contro le mura cinquecentesche, alte e brunite; una sorpresa divertita. I segnali stradali conducono per mano a costeggiarle, fino a una porta urbica. L’approccio alla città è necessariamente stratificato e progressivo. Mi incuriosiscono da lontano edifici di non immediata datazione, con una bizzarra sintassi nel montaggio di elementi architettonici all’antica. Neoclassici rivoluzionari, eclettici moderati o manieristi autoironici?

E infine una piazza monumentale, oblunga. Si continua a piedi. Dopo pochi passi, estasiato, appunto velocemente alcune frasi sulle note del cellulare, non ho il tempo di estrarre il taccuino.

Livorno accoglie con un intenso profumo di pesce arrosto. Tramonto crostaceo, luce splendida sulla fortezza. Piazza della Repubblica è dominata da Granduchi vestiti alla Petronio, un po’ austeri e un po’ buffi in quest’aria croccante di gamberi.

Affacciandomi dal parapetto la vista si apre sulla fortezza e gli scali di un porto interno. La sensazione è straniante. Una luce quasi da Mare del Nord, dei prospetti da alto Tirreno, delle barche da alto Adriatico, dei pescatori da mar Jonio, passanti di ogni lingua e cultura, nessun turista.

Tutto è in bilico tra settentrione e meridione, tra oriente e occidente, in una miscela incredibile, immersa in in un silenzio morbido di gabbiani, chiacchiericcio e automobili. E in un profumo universalmente marinaro.

La piazzetta dietro l’albergo ha platani africani: i tronchi sono avvolti in tessuti colorati, somigliano a dei lavori a maglia. Uno strano contrasto. Non so perché, la piazzetta mi diventa immediatamente familiare. Qualcosa, in questo spazio, è particolarmente accogliente pur essendo taciturno. Con l’auto si fa un girotondo intorno a tutta la piazza, in un rituale che mi ricorda altre latitudini, compreso il passaggio a filo tra le auto strette.

Cala la notte. Piazza della Repubblica, principio e fine del centro città, è democratica. Nessuno sembra accorgersi dei Granduchi bianchi che fanno da contrappunto all’ampio sterrato.

In una città, un aspetto che mi piace osservare è la trasformazione d’uso dello spazio e della frequentazione delle piazze centrali a seconda delle differenti fasce orarie. Tra quelle che conosco meglio, piazza Ferretto a Mestre è uno tra gli invasi spaziali più riusciti che abbia in mente, in relazione alla convivenza pacifica di una pluralità di strati sociali e culturali. Ma torniamo allo sterrato che sto attraversando, mentre accoglie questi passi livornesi. A quest’ora la piazza è apparentemente suddivisa: sulle panchine a est chiacchiera l’Africa, su quelle a ovest l’Asia. Ma i bambini mescolati giocano tutti insieme al centro della piazza, lanciandosi la palla, saltellando a campana e rincorrendosi ad acchiapparello, strillando e ridendo nella stessa lingua, italiani come sono, in una rayuela che si fa veramente gioco del mondo.

La Via Grande, insieme alle aree limitrofe del centro storico, è stata ricostruite dopo la guerra ed è costituita da lunghi portici pilastrati, scarsamente illuminati, con sequenze di vetrine cinesi, bar aperti solo di giorno, qualche catena di negozi. In pianta quest’area del centro è ingannevole, sembra avere mantenuto la morfologia degli isolati antichi ma, camminando, gli edifici ricostruiti danno l’idea di essere stati estrusi verso l’alto per maggiore densità. Mi ricorda in qualche modo la Kalelarga di Zara e altre vie centrali dell’est, ma al tempo stesso Beirut nel riutilizzo di stili tradizionali razionalizzati. Non è qui, però, almeno mi sembra, la vera ricostruzione urbana, quella del suo tessuto sociale.

Attraversando Piazza Grande, una panchina è totalmente coperta dagli oggetti, ordinatissimi e senza alcuno spazio residuo, di un giovane ragazzo africano che riposa in piedi. Vende accendini di calciatori, braccialetti di pelle, magneti da frigo tricolore con la scritta “Italy” e perfino souvenir della Torre Pendente sotto la neve, in barba alle tradizionali diatribe. Cuoio plastica vetro legno metallo Made in Everywhere. La sua panchina è quasi un’opera d’arte che non abbia bisogno di esserlo, non ha nulla di estetizzato né di estetizzante, è esclusiva espressione di un acuto senso dello spazio, del commercio, dell’umana necessità. Questo piccolo patrimonio di chincaglierie sembra la merce stivata alla rinfusa in un container, con un’ottimizzazione perfetta di ogni centimetro cubico; la panchina di pietra sembra quasi una nave in miniatura, ormeggiata in questo porto aperto di piazza. Una collezione parlante di manufatti e oggetti industriali della contemporaneità che ci accomuna, un minuscolo quanto monumentale museo migrante, drammatico quanto vivente. Conversiamo con grande vitalità.

Addentrandoci con P. nel quartiere detto della Venezia, la notte è tiepida, l’atmosfera è straniante: molto pacata e altrettanto vivace al tempo stesso. In via dei Pescatori, una pasta al polpo squisitamente mediterranea. Gli scali che scendono fino ai moli continui e all’acqua dei canali sembrano sospesi tra Genova e Milano, Pisa e Napoli.

Assisto a una scena surreale e, come arriverò a ipotizzare nei prossimi giorni, resiliente e attivamente resistente. Una coppia è seduta per terra a bere piacevolmente una birra, a bordo canale. A un tratto il ragazzo si alza, semplicemente è il momento di andare. Si salutano con un bacio e sale sulla sua barca, caricando di peso una ghiacciaia con gesti millenari, poi parte accendendo la lampada per la pesca notturna e si allontana tra i lampioni, verso il buio del mare aperto. La ragazza si risiede, a gambe incrociate, a finire la birra.

Ripasso per Piazza Grande, alcuni bimbi. Più tardi torno in centro alla ricerca di un gelato difficile da trovare data l’ora: questa città sorprendentemente non è stata ancora toccata dal turismo. Tra radi passanti che reinventano le strade, luci di qualche trattoria di mare napoletana e qualche bettola che frigge, mi spingo fino al porto, particolarmente abbuiato. Le narici inondate dall’aria carica di odori delle reti, tra i pescherecci ormeggiati. La quinta teatrale spenta è la sagoma oscura della fortezza.

Raggiungo la statua dei Quattro Mori, di cui scriverò meglio sul taccuino domani. Risalgo per la Via Grande finché, in una strada antica superstite, proprio in mezzo tra Madonne e Galere, tra una facciata barocca e l’altra trovo una situazione surreale e divertente, che provo a raccontare.

Un bar-kebab turco rivisitato confina con un bar-bottega cinese, senza frontiere, con le medesime sedie, plateatici e culture separate soltanto dal palo di un lampione. Trovo il mio gelato industriale al primo bar, la signora cinese ha un sorriso aperto e parole gentili. Mi siedo all’esterno. Al tavolino alla mia destra vi è il gestore cinese, che siede insieme a un cliente livornese conversando di cucina regionale; gli descrive, con forte accento toscano, la ricetta della zuppa di trippe cucinata da sua moglie e “cotta con molto aglio”. Il livornese, dal canto suo, racconta che “oggigiorno non si trovano più le trippe di una volta, i cuochi ti prendono per bischero; ma se te vai alla Festa dell’Unità, puoi trovare ancora quelle originali”.

Il gestore turco, alla mia sinistra, fuma sigarette dalle nuvole azzurre e, tra un tiro e uno sbuffo, scherza con il gestore cinese, anch’egli con uno spiccato accento del luogo. Lo prende in giro perché siede al tavolo anziché lavorare, ma chi gestisce i soldi del locale? “Eh, mia moglie è la vera cassa vivente”, ammette il gestore cinese. Anche il cliente livornese ride, accenna alla medesima situazione in casa propria.

Continuano a scherzare coinvolgendo nella triangolazione anche l’ultimo tavolo nell’angolo a destra, occupato da due ragazze bionde originarie dell’est Europa, che parlano fitto fitto in un’altra lingua. Interpellate, rispondono ridendo con garbo e con accento altrettanto livornese, prima di tornare a bisbigliare nella propria prima lingua.

Dopo aver scambiato anch’io un paio di parole con i presenti, saluto questa sintesi d’Italia, augurandole un buon proseguimento in tutti i sensi.

Rivolgo ancora il passo al quartiere della Venezia, lungo una via dedicata a Falcone e Borsellino, tra altre Madonne e Scali del pesce. Seguo un canale tra orecchie di stucco d’arte contemporanea sui muri, con un circolo antifascista dalla porta aperta e invitante – faccio capolino su una riunione, un cenno di saluto – ali di legno barocche sui portoni, paraste erose dal sale, l’aria ne è gonfia. Penso istintivamente alla città vecchia di De Andrè.

Due bimbi giocano camminando in equilibrio su una cima d’ormeggio, aggrappandosi agli anelli di ferro. Sul parapetto, candele di citronella e il cicaleccio morbido di una pizzeria. Schivo per poco una sigaretta lanciata da una finestra, alzo gli occhi e non posso fare altro che sorridere ai gesti estivi di scuse delle mani di una signora in grembiule alla finestra. L’acqua calma, un lampione. Questa semplicità ha una pace incantevole.

Un signore dell’est Europa fa una videochiamata a bordo canale, con il telefono e i gomiti appoggiati sul parapetto. Parla piano, ha un viso radioso per la conversazione con qualcuno a cui tiene, lontano. A un tratto, solleva il telefono e lo ruota tutto intorno, descrivendo la scena. Attraverso i loro schermi, piccole finestre, si annulla anche la distanza, mi piace pensare che qualcosa di questo spazio sereno, di questo frammento d’Italia inclusiva in anticipo sull’estate, arrivi fino all’altro capo del continente e viceversa, in mutuo scambio.

In questo strano porto, antico e contemporaneo, prende davvero forma il reportage che sto scrivendo – in un giorno in cui i porti sono interdetti alla Diciotti e alle navi umanitarie – in risposta all’ostilità crescente presso l’opinione pubblica e un razzismo tristemente dilagante; in un Paese che, sempre più condizionato dai media e dalla massa d’informazioni, inizia ad assuefarsi alla quotidianità delle dichiarazioni pubbliche – quali ad esempio quelle di oggi su un “censimento dei Rom” – ponendosi sempre meno interrogativi o perdendo di vista la complessità delle questioni. È questo il punto fermo della presente prosa: pur avendo una posizione dichiarata e sperando nello sviluppo di migliori soluzioni umanitarie, l’obiettivo primario del periplo resta il cercare di costruire una riflessione costante sulla vitale importanza del porsi quesiti, del non accettare verità assolute senza approfondire, dell’operare per il dialogo.

A tutto questo penso, mentre cammino, fermandomi ogni tanto per prendere nota. Questa città mi sembra sorprendente, accogliente, integrata, così viva, nonostante sia erosa dal tempo e dal sale. Torno in albergo tra gabbiani bianchi, esaltato. Lascerò sedimentare i pensieri durante il sonno.

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Nota 4. In questi mesi sto ricevendo incoraggiamenti calorosi, in ogni angolo d’Italia, che mi sostengono nel continuare questo progetto. Grazie a tutti.

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(Testi e foto di G. Asmundo)