178 // Poesia contro l’abolizione della protezione umanitaria

no-differenze-apriteiporti-palermo-lungomare-foto

Panòrmos, 2018

Non potendo restare impassibili di fronte a certi fatti degli ultimi giorni e all’abolizione della “protezione umanitaria”, nonché a una serie di eventi che appaiono, a tutti gli effetti, come un principio di regressione rispetto ai valori democratici di cui la nostra collettività è portatrice, nel nostro piccolo continuiamo a tenere aperto questo spazio, queste stanze online affacciate sul Mediterraneo, per quanto poco ciò possa valere, a fianco di atteggiamenti concreti nella vita quotidiana.
La realtà non è negativa e insicura come viene dipinta dai media, al contrario è a volte fonte di meraviglie sorprendenti. E mi sembra che, per rendersene conto, basti osservare e ascoltare senza veli gli spazi pubblici, tanto centrali quanto marginali, delle nostre città, atteggiamento per il quale lancio un sentito appello.
L’urgenza delle questioni attuali finirà per condizionare le priorità e le necessità delle nostre voci, oltre che delle azioni, anche attraverso la scrittura. Spero tuttavia che nonostante tutto potremo farlo, collettivamente, senza rinunciare allo strumento politico della bellezza. Anche per questo lancio un sentito appello.
Figli del mare, delle isole, delle terre e delle montagne nate all’incrocio delle civiltà, del conflitto e dello scambio, ribadiamo la sacralità dell’ospitalità, propria della nostra cultura più profonda.
.

Stavolta smetterò con le metafore
di ragli d’uomo e antichi porti:
voltarsi di profilo è irresponsabile
se c’è chi taglia a fette le coscienze
parla di “bianchi e neri”, punta il dito
ergendosi a pilota delle masse
divide e reintroduce a tavolino
l’idea sottile e ferma del diverso
impera alimentando dissapori
accende intolleranze per squallore
di propaganda e osceno tornaconto
in sì massicce dosi d’ignoranza.
È così necessaria una parola piana, aperta
per rifondare questo quotidiano.
Lontano, in piccole aule di confine
c’è chi riallaga oasi nel deserto.
Chi mesta una fanghiglia deteriore
è da sottrarre ai toni viscerali
e ricondurre a limpida ragione.

***
PRECISAZIONE. Aggiungo una nota, in seguito a spiacevoli riscontri, ben poco aperti, ricevuti in varie sedi a proposito di questo mio scritto.
Non si fa qui riferimento a null’altro che alla necessità di apertura, accoglienza, salvaguardia dei diritti umani e civili. Naturalmente non ci si riferisce soltanto alla protezione umanitaria, nonostante il titolo chiaro e fermo. La nostra società non ha forse bisogno di maggiore apertura, integrazione sociale? Di contrastare le diseguaglianze, lottare contro la povertà, il precariato? Non parlo certo esclusivamente della questione dei migranti e del nuovo Decreto. Essa è soltanto la punta di un iceberg (un problema non marginale, anzi essenziale, ma mediaticamente e strategicamente posto al centro dell’attenzione quasi fosse univoco) rispetto a un deterioramento in atto della coesione sociale e alla messa in crisi degli strumenti politici della cittadinanza. Ed è una questione spesso strumentalizzata dalle parti politiche. Le fasce deboli di popolazione e le realtà marginali del paese, siano esse periferie di metropoli, borghi spopolati, tendopoli, sono loro a pagarne le conseguenze sulla pelle, purtroppo. Il discorso portato avanti dal blog e dal presente appello vuole essere più ampio, si parla di valore politico della bellezza e di varie tematiche urgenti. Tornando alla questione specifica dei migranti, non è forse necessario porsi eticamente, tutti, nessuno escluso, delle domande sul senso dell’accoglienza?
.
(Articolo a cura di G. Asmundo)
.

Ricordo che la rubrica “PORTOFRANCO”, dedicata a questi temi, è aperta all’invio di contributi è aperta all’invio di contributi sotto forma di poesie, prose, testimonianze e fotografie di quanti saranno interessati. Per istruzioni, si veda il primo articolo “Portofranco 1”: a questo link.
Apriamo questo spazio alle vostre voci. Tra indignazione, ferma resistenza e dolcezza. Per non smettere di porci quesiti. Per una cultura libera, non politicizzata ma etimologicamente “politica” per il proprio valore edificante per la comunità.