185 // ALBUM LIBANO. Scrivere, fotografare, dialogare

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Un anno fa a Jbeil, in Libano, tra le rovine archeologiche di Byblos, raggiungevo la cima di un torrione dei Crociati e mi affacciavo dai merli a strapiombo sul mare fenicio, sospeso sulla brezza, sul canto sconfinato di un muezzin e una preghiera armena, sulle onde scolpite. All’origine del Mediterraneo stesso.

Di fronte a me, sull’orizzonte terso d’oro, le rotte invisibili di legno e anfore si intrecciavano con quelle di legno e persone disperate. Alle mie spalle, i monti dei cedri innevati, la Beqa’, il deserto, la guerra in Siria.

Mi trovavo in Libano per lavoro e ricerca, dove stavo vivendo una delle esperienze più immersive e straordinarie che mi fossero capitate, tra mescolanza, esagerazioni, ricostruzione, conflitto, identità, colori, profughi nelle serre coltivate, banchetti di lusso, spiritualità delle pietre, contraddizioni della modernità.

Scrivere e fotografare sono qui sempre utilizzati come strumenti assolutamente funzionali: da un lato alla ricerca del contatto con la realtà contemporanea e alla rappresentazione di luoghi e durata; dall’altro, alla costruzione di occasioni di dialogo aperto e diretto, a partire da posizioni contrarie all’esotismo, all’accademismo, all’eurocentrismo.

 

 

A un anno di distanza, dunque, in un mondo molto cambiato, pubblico qui una poesia e una selezione di fotografie a corredo e integrazione del reportage/fotoracconto originale, che si trova sul blog del poeta e artista Yves Bergeret, a questo link: Retour de Beyrouth (mails de Gianluca Asmundo à Yves Bergeret, janvier-février 2018).

Il testo integrale è pubblicato inoltre sul primo numero della rivista La foce e la sorgente, n.1, marzo-agosto 2018, a cura di Marco Ercolani, Lucetta Frisa e Antonio Devicienti, accompagnato per l’occasione da un raro e caro appunto sul senso della mia scrittura e ricerca in corso.

Condivido infine una nota dello scrittore e saggista Antonio Devicienti: Giovanni Asmundo, Yves Bergeret, il ritorno da Beirut.

La mia gratitudine nei loro confronti e per i commenti dei lettori, nonché naturalmente per tutti coloro che hanno arricchito culturalmente e umanamente la permanenza in Libano.

 

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A. traghetta gli uomini attraverso le acque / lungo autostrade ridenti, morse dal mare / oltre la valle delle rovine / stende per noi gli affreschi di chiese serrate / sgrana racconti di guerre, zibibbo e scultori / sotto il diluvio, orgoglioso di santi e miracoli / chiede per noi una zuppa ospitale. / Il vento è tempesta di Dio / sui monti dei pini.

(da Trittico libanese. II – inedito)

 

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(Articolo e foto di G. Asmundo)