188 // Lettere dei siciliani emigrati in Germania per la “diga al Bruca” nel 1963

 

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Pubblico oggi un articolo che mi è molto caro. Le ricerche in corso mi recano doni collaterali: è il caso di queste pagine, scoperte in un fascicolo ciclostilato e logoro, che ho recuperato dal fondo di un deposito di biblioteca, in una rara copia superstite del naufragio della storia.

Siamo nel 1963, a Roccamena, un paese nell’entroterra della Sicilia profonda. Nel pieno del fermento di un movimento popolare di nonviolenza, Danilo Dolci e Lorenzo Barbera raccolgono e trascrivono le lettere degli emigrati in Germania e in nord Europa, strappati alle proprie famiglie per potere inviare da lontano un pezzo di pane fino alla miseria di una terra arida, ma ricca di umanità, in un feudo sperduto alla fine del mondo. Le lettere sono indirizzate al Presidente della Repubblica per chiedere il suo interessamento alla vicenda della costruzione di una diga sul fiume Belice, presso il monte Bruca, un’opera ferma da decenni la cui realizzazione avrebbe consentito la rinascita dell’area.

Le voci sono così intimamente belle nella loro toccante umanità che, con rispetto nei confronti di queste persone e del loro desiderio di riscatto, ho pensato di raccontare la loro storia dimenticata, di trascrivere a mia volta le lettere, a mano, e di pubblicarle qui per renderle accessibili, trattandosi di un documento di difficile reperibilità.

PS. Non vi sfuggirà un riferimento all’epoca che attraversiamo. Ritengo che ricordare possa essere, a volte, un dovere morale. E che un popolo senza memoria recente abbia gli occhi bendati nella propria visione della realtà.
Per quanto riguarda la contingenza, questo blog manifesta la sua piena solidarietà a quanti, con il proprio impegno, salvino la vita a delle persone.

(G. Asmundo)

 

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«Dalle lettere al Presidente della Repubblica

Gerresheim 13/9/1963

“Sua Eccellenza Signor Presidente della Repubblica: sono un suo connazionale che vi scrivo; e gli farò noto che è da tre anni che mi trovo emigrato in Germania, lontano dai miei figli e mia moglie e Lei non può credere quanto è sacrificata la vita a stare lontano da suoi cari e se io avessi la possibilità di avere lavoro qui nella mia cara patria, fosse la gioia della mia famiglia.
C’è da costruire una bella diga e se potessimo lavorare nella nostra Sicilia e dessimo all’Italia stessa.”
sono il suo caro connazionale…

 

“Io sottoscritta X.Y., Egregio Presidente della Repubblica, vengo a chiederci questa cortesia che l’amore di mio marito che da molto tempo manca da casa, e noi siamo distaccati per un pezzo di pane che l’amore dei figli non sappiamo che cosa fare. Noi preghiamo a Lei di poterci aiutare, se Lei accetta queste due parole che noi scriviamo, qui in Roccamena non si può vivere, e preghiamo Lei di volerci aiutare a consolare le nostre famiglie che specie i nostri figli quando dicono papà, e non si trova per un pezzo di pane, si trova lontano, Lei si può immaginare il nostro cuore come si spezza. Ora preghiamo a Lei di mettere la buona parola.”
X.Y.

Stuhlingen 17/9/’63

“Illustrissimo Signor Presidente.
Le esprimo il mio desiderio di voler lavorare nella nostra Regione Siciliana. Anzitutto gli chiedo scusa se mi sbaglio, sono un operaio venduto…”
(non firmata)

 

“Egregio Signor Presidente della Repubblica Italiana,
noi la preghiamo di interessarsi per cortesia di aprire questo lago, che siamo delle famiglie disordinate, senza sposo in che si trova emigrato…
…Vi prego di avere un poco di coscienza e ritirare i capi di casa nella loro propria famiglia, che il vostro onore sarà così grande e forte, che il dovere di Dio è che il padre deve seguire i suoi figlioli e è la parola di Dio per tutti i governi dare lavoro ai suoi uomini…”

 

“Da tanti anni si dice che questa diga deve essere in azione, ma ancora niente, noi tutti emigrati di Roccamena siamo pronti a lasciare questa terra e tornare nella nostra bella Sicilia, perché abbiamo il lavoro che soddisfa le nostre famiglie: e così avremo vicine le nostre spose e figli, che sono la cosa più cara per noi tutti. Io voglio essere informato, così saprò se effettivamente potrò venire lavorare nel proprio paese e non in una terra straniera, che noi tutti italiani ci stiamo per bisogno il sacrificio che facciamo non si può descrivere…”

 

“Al signor Presidente della Repubblica, io sono emigrato a Düsseldorf, e ce ne siamo parecchi, migliaia di lavoratori italiani, che ci sfruttano giorno e notte nelle fabbriche e nelle miniere e Lei Signor Presidente non pensa a tutto questo che ha tanti figli usciti dalla propria nazione che fanno tanta malavita e sacrifici per portare un pezzo di pane alle proprie famiglie, sbattendo a destra e a sinistra, per accumulare qualche carta da mille lire… Per Lei, Signor Presidente, non prende provvedimenti a questo problema di non farci più sfruttare nelle altre nazioni: proprio qui a Roccamena in provincia di Palermo ci sono tanti lavori in progetto c’è specialmente una diga in contrada Bruca che può dare lavoro a decine di migliaia di operai nel proprio paese”…

 

Egregio Presidente della Repubblica, io vengo a chiederci qusta domanda perché il distacco di mio marito e dai miei figli mi perde, è circa due anni che manca mio marito e i miei figli per lavoro, noi non siamo capaci di fare questa vita quando in Sicilia ci sono molti lavori, specie qui al nostro paese, che abbiamo un lago di potere lavorare, essere vicini tutti insieme…”

“Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica, io sottoscritta tengo un figlio il quale per non avere trovato lavoro dopo tanto tempo che l’ho nutrito, mi sono distaccata dal mio primo sangue. Vengo a pregarla di mettere la buona parola in quanto qui a Roccamena c’è un fiume, Belice, il quale potrebbe darci molto lavoro e così non ci sarebbe il bisogno di stare distaccati.
Io prego Lei come padre di famiglia di interessarsi e darci lavoro così i poveri uomini starebbero con le loro famiglie.”
Distinti saluti…

Düsseldorf 20/9/’63

Egregio Signor Presidente,
…ormai ho fatto tre anni di Germania ma non ho potuto che desiderare la propria famiglia. Ma rimetto di scrivere poiché non sono al grado di esprimervi meglio quale sia quello che noi desideriamo. Desideriamo con la vostra buona volontà di aiutare tutti questi operai di questo paese così chiamato Roccamena…

Settembre

Signor Eccellenza Presidente della Repubblica, Lei che è l’alta autorità dell’Italia.
Vorrei esprimere il mio presentimento su di me e della mia famiglia. Io che da molti anni che sono emigrato in Germania lontano dalla mia famiglia e dal mio paese non perché mi piace stare all’estero ma perché sono stato costretto per non far soffrire la fame alla mia famiglia. Signor Eccellenza al mio paese c’è lavoro, ma da fare e per farsi questo lavoro occorre il vostro appoggio che è la diga Bruca. Signor Presidente questo sarebbe un grande lavoro per tutti i paesi vicini quindi io che sono un povero lavoratore emigrato la S.V. di voler dare il suo proprio appoggio per l’apertura di questa diga.
Felici saluti – Il lavoratore all’estero

Stadtprozelten 5/10/1963

Signor Presidente della Repubblica Italiana.
Ora le comunico che non esiste più gioventù in questo paese che siamo stati emigrati tutti in Germania e nella Svizzera e in tutte le parti del mondo. E lei deve pensare che non c’è una famiglia che si trovi tranquilla. Che siamo tutti separati come le figlie delle quaglie che non c’è più pace nelle nostre case nelle nostre famiglie. E tutto questo succede per non avere lavoro nel nostro proprio paese nella nostra terra nella nostra patria. Che se ci avessero fatto questa diga sicuro che non emigravamo nessuno che potevamo sfamare la propria famiglia nel nostro paese tutto e questo. Gentilissimo Signore ore le parlo un pò della vita di noi italiani all’estero. Ora le comunico che come lavoro si sta bene e come paga. Ma però le dico che siamo guardati come schiavi che uno come si cerca i suoi diritti le sue difese lui i tedeschi per meglio dire subbito parlano con l’aria che se non vi conviene ve ne andate in Italia. E lei deve pensare che uno con la sua ragione si sente discacciare così è una cosa che non si può sopportare che delle volte che parlano sempre con aria questi famosi succedono delle risse che lei non ne ha idea che noi italiani per natura siamo nervosi che non possiamo sopportare una parola sopra una altra. Quello che succede non si sa. Che molti giovani si rovinano e vanno a finire in mano alla polizia. E uno non sapendo parlare non si può difendere. Perciò Signor Presidente le sofferenze della vita lontana sono tante prima perché non si sa parlare e le difese non se le sa reclamare. Secondo che siamo guardati come schiavi e traditori.
Chiedo scusa se non è comportato bene questa lettera che io non sono uno studiato.»

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Estratto da Per la diga al Bruca. Indicazioni, notizie e documenti predisposti per amici, giornalisti e autorità in occasione della pressione pubblica in favore della realizzazione della diga al Bruca nella zona di Roccamena. (26-ott.-4 nov. 1963), pubblicato dal Centro studi e iniziative per la piena occupazione, Partinico (Palermo), in “Numero speciale di Appunti per gli amici” nn. 27/28 – luglio-ottobre 1963, pp. 9-12

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Nota: inauguriamo con questo articolo una nuova rubrica, dal titolo “Il sogno del Bacile”, in riferimento a una citazione di Danilo Dolci. Essa sarà dedicata alla nonviolenza, alla progettazione “dal basso” e a storie positive ed esemplari di democrazia partecipata. Grazie per la lettura.

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(Foto di G. Asmundo)