193 // Nella città del nord, una domenica d’inizio 2019

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Inizio a pubblicare il reportage di una deriva urbana appena compiuta attraversando, negli ultimi tre giorni, una metropoli del nord, un nodo nevralgico d’Italia.

Inizio il resoconto dal terzo giorno, ossia oggi, con una pagina appena scritta. Pubblicherò in seguito gli appunti presi durante i due giorni precedenti, in forma sperimentale.

Tutto ciò che racconto, come sempre, è assolutamente puntuale, ma stasera scelgo di elidere i riferimenti spaziali, perché è dell’Italia di questa giornata che vorrei scrivere, fotografando questa domenica, tanto specifica quanto qualunque, di febbraio 2019.

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La città del nord, domenica 10.02.2019

Sono ancora avvolto nel piumino sul divano-letto, ma per le scale (strette, rivestite di marmo rosso veronese) dei condomini vocianti trasportano un comò o qualcosa di simile; mi chiedo perché per farlo debbano urlare tanto, la domenica mattina presto.

Anche le pareti sono di carta. I vicini si svegliano ed è la volta dei Queen, mamaa-a, u-uuù. Con “Under pressure” decido di alzarmi. Pare che la scorsa settimana l’ascolto indotto fosse “Nella vecchia fattoria, ia-ia-oh”.

La finestra sul cortile. Il tempo è grigio e bigio. Si sente la presenza del prato. La casa è minuscola, da giovane working class che si rimbocca le maniche con fiducia. Minuscola, sì, ma almeno vanta trenta metri di orizzonte e luce fino al prospetto opposto. Le finestre di fronte, con il vetro fino a filo pavimento, viste dal basso si aprono su eleganti salotti con quadri ottocenteschi, librerie, faretti. Solo le tende non sono tirate.

La casa è una frazione di quello che sto immaginando in pianta come un tipico appartamento generoso degli anni del boom economico; ipotizzo che all’origine essa ne fosse l’ingresso secondario/studio/camera degli ospiti. Gli anni Sessanta, un’altra epoca e un altro mondo. La contrazione degli spazi e degli usi non sempre sa rispondere alle esigenze di riadattamento confortevole rispetto alla domanda abitativa attuale. Prezzi alti e bugigattoli non sempre razionalizzati: una questione aperta per il futuro. Penso alle grandi città in cui si concentrano lavoro, occasioni, disparità e mescolanze, mi torna in mente la metropoli francese. Mi piacerebbe mapparne alcuni temi caldi in relazione ai metri quadri e cubi o alla sovrapposizione di centralità e marginalità. Dobbiamo ripensare urbanità più vivibili da ogni punto di vista, soprattutto in prospettiva.

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Prima di uscire, passiamo a smaltire la raccolta differenziata. Il viale con spogli alberi nordici. Per la strada vuota piove nebbia. A un tratto la seguente scena, una signora in carrozzella tenta di lanciarsi in avanti cercando faticosamente di raggiungere un tram prima che questo riparta, ma arranca, alché un signore calvo di origini orientali la nota e istintivamente abbraccia la causa, devia i suoi passi, afferra, spinge, la signora si sbraccia silenziosa verso la pensilina, anche noi ci voltiamo a fermare il tram agitando la mano, ma il conducente non si accorge, solleva la predella, riparte. Alzate di spalle tra tutti noi, sorrisi desolati senza parole aggiunte, una manciata di secondi accaduti, uno spiraglio nel grigiore grazie all’umanità normale e ancora scontata, per fortuna, che però non va dimenticato dopo pochi metri a piedi, ripresi ognuno i propri percorsi e pensieri. Riaffiora ore dopo, scelgo di fissarlo qui perché forse può avere qualche valore farlo.

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Un enorme supermercato dalla temperatura confortevole, dalle luci calde. E tuttavia stavolta non sembra vissuto come un tempio del consumo. Molte persone presenti recuperano una spesa in quest’unico momento non lavorativo della settimana. Questi spazi che non sono luoghi di socialità e nei quali, tuttavia, la gente si scorge in viso, seppur distratta, perché usa le mani per cavoletti e latte, senza cellulari a impegnarle: interessante. Questi luoghi non pubblici, ma privati e ad uso pubblico. Queste persone non si trovano in una piazza, adesso. Questi spazi mai collettivi, ma collettivamente esperiti e non privi d’interazioni tra sconosciuti, sono un dato di fatto. Semi di dubbio. Sulle scale mobili, mi chiedo se davvero non riusciremo mai a ribaltarne nascostamente il senso e coglierne qualche opportunità in termini relazionali. A combatterne i limiti intrinseci e ovvi rileggendoli. A condurre microrivoluzioni all’interno dei sistemi. Un’eventuale riflessione, partendo da simili ragionamenti per assurdo, si potrebbe articolare sul filo delle contraddizioni. Ripenso anche al mercato di ieri, alla sua povertà materiale e ricchezza plurale straordinaria. Ripenso all’intelligente opera d’arte fotografata all’imbrunire – su un muro in un distretto che reinventa logiche di mercato – la quale riambientava la Vucciria di Guttuso in un supermarket.

Mi dico che siamo noi ad avere un ruolo, a scegliere cosa leggere e come, cosa scrivere e perché; che tocca e toccherà a noi costruire le reinvenzioni positive e concrete della realtà, per migliorare.

Nel frattempo, lungo le scansie, tra scottex ecolabel e spugne naturali, ci chiediamo della veridicità dei criteri e dell’incidenza delle scelte “ecologiche” individuali rispetto ai comportamenti collettivi, parliamo perfino di una reinterpretazione della lotta di classe, essendo mutate le condizioni ma persistendo alcuni meccanismi.

Noto piacevolmente, oltre all’assenza di telefonate e digitazione di schermi, una certa qual fretta di tutti nel voler assolvere il compito della spesa per tornare a un’intimità domenicale, forse è una mia visione, ma ho questa sensazione.

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Ci raccogliamo intorno alla tavola ruotata per trasformare il soggiorno, al calore amichevole, al sapore di familiarità di una ricetta migrata come tutti noi, una pasta con le sarde siciliana, tutto intensificato dall’alterità delle condizioni in cui questo momento si realizza.

Mescoliamo nuova musica italiana, pangrattato bruscato, costruzione di alternative politiche. Più ascolto le persone, più ne traggo fiducia nel futuro.

La realtà ci viene proiettata davanti. Ma c’è di più che assistere a figure in movimento come ombre cinesi. Dialogare, guardare dentro occhi vivaci la realtà come scelta.

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Capitiamo per sorte e opportunità in un caffè di design nel distretto rigenerato. Spazio curato nel dettaglio, realtà scintillante, sensazione positiva ma anche ovattata di ricchezza e forma. Eppure, a un piccolo tavolo verde si parla di presente vivo, fresco, si scambiano idee, si costruisce la realtà nuova credendo davvero in valori di sostenibilità. Il tempo dura a lungo, ma l’orologio è tiranno.

Via, purtroppo, lungo il selciato rosseggiante, la metropolitana, l’autobus serale con compensazione dell’anidride carbonica emessa.

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(Articolo e foto di G. Asmundo)