195 // Milano “porto aperto”. Umanità, giostre e mercati

 

Continuo pubblicando la seconda parte del reportage sperimentale e a ritroso, il racconto degli spazi e delle straordinarie umanità attraversate nel corso di una deriva urbana, appena conclusa, in una Milano aperta e contemporanea.

Nota: questa pagina del reportage è del tutto complementare rispetto al capitolo su “Milano porto aperto” risalente a quest’estate, ma purtroppo non ancora trascritto, del “Periplo delle Repubbliche Marinare” (che potete leggere su questo blog).

 

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Milano, sabato 9.02.2019

È una splendida giornata, peccato non scorgere le Alpi. Saluto questa casa che mi è cara, la danza delle sue andate e ritorni. Prendo un bus in compagnia di una gentilissima signora dai tratti peruviani con una bambina e un raro anziano dall’accento milanese. Attraverso in superficie un quartiere dall’interessante mixité, sia in pianta che, stranamente, in sezione, tra attici eleganti e piani inferiori più modesti.
Presa la metro, decido di rimandare la possibile visita di Paul Klee al Mudec, optando per Achille Castiglioni alla Triennale.

Saluto le case di Ignazio Gardella, che profumano di architettura. Entro di sguincio a Parco Sempione, passo rasente a un singolare luna park, di cui scriverò tra poco. Scivolo accanto alla fontana-scultura dei “Bagni misteriosi” di Giorgio de Chirico (leggo la data sulla targa, 1973), che mi riporta alla Volos vagheggiata e conosciuta, tra Argonauti e palazzoni. Stavolta, però, guardando i riccioli e i torsi immersi nella piscina fino alla cintola, per una strana associazione di immagini mi tornano in mente i corpi mediterranei a mezz’acqua e le braccia tese di ben altre scene quotidiane, sulle coste greche e siciliane di questi anni.

 

 

L’atmosfera nel parco è molto piacevole e rilassata. Un quadretto di famiglie con passeggini, amici che chiacchierano, turisti che scattano fotografie, salutisti metropolitani che giocano a correre, bambini che giocano a rincorrersi.
Entro nell’edificio della Triennale, adorando i particolari della bussola d’ingresso, e mi dirigo determinato verso un biglietto; salvo scoprire, in una scena buffamente surreale nell’androne razionalista, che la mostra è già conclusa. Approfitterò del parco.

 

 

Trascrizione dal taccuino blu

9 febbraio 2019, Parco Sempione, Milano
Scrivo dalla panca al sole di fronte al ponte delle Sirenette – dai capelli di bronzo meravigliosamente bagnati e spettinati dal 1842 – con sorriso a trentadue denti per una scena spettacolare. Un capelluto suona delle percussioni sotto forma di scatole di cartone e di plastica, un bravo batterista. Un bimbo, estasiato, si ferma e inizia a battere un rametto per terra, per suonare anche lui, allora il batterista gli offre due bacchette e suonano insieme per cinque minuti. La madre fa un video. Una coppietta dell’est, lui coperto da lei che indossa un cappotto argentato simile a stagnola, si bacia sul ponte. Sulla panca a sinistra, un migrante giovane e pelato spacchetta le sue borse da vendere, la gente si ferma a parlare con lui. Famigliole sparse guardano le papere sul laghetto, le coppie si appoggiano e giocano con le ombre del parapetto. Seguendo il ritmo, suono anch’io picchiettando con la penna sul taccuino, al sole, con sottofondo alla B. B. King.

 

 

 

Ripasso per il retro della torre fintomedievale blu, un bel paravento sorretto da impalcature da cantiere, a fianco della torre di mattoni sforzesca, solidamente bruna. Il gestore della giostra, un omaccione, si piazza al centro della foto, viso che immediatamente assume in se stesso il volto umano, la facciata viva dell’intero retro che osservo. Rifletto sui nostri retri, sui nostri fianchi, sul prospetto laterale disegnato da Giovanni Muzio con il cilindro di plastiche colorate e adesso affetto da impianti rumorosi e camioncini di servizio. In pieno sole che bacia la pelle, in controluce, questo retro di giostre in ombra mi appare esemplare rispetto a tutta la nostra società, ma con leggerezza.

 

 

[Un cane arruffato, scampato alle attenzioni di una signora, viene a rotolarsi sotto la panchina].

Rialzo gli occhi e oh, una turista dice «I’ll try» e prende il posto ceduto dal batterista, il quale cerca di insegnarle come impugnare le bacchette.

Come mi diceva ieri sera Sg., durante una stupenda conversazione condita da biscotti appena sfornati e moscato siciliano, la vita è il presente. Sono qui e ovunque, in qualunque tempo, all’interno e all’esterno di ogni scansione cronologica o di “tempo orologio”, il sole è sulla guancia sinistra, rido assistendo a queste meraviglie di umanità che accadono e basta, in appena dieci minuti e in un raggio di dieci metri, in cui sono capitato per puro caso, eppure nulla è fuori posto.
Sorrido ancora, il destino sta per portarmi ugualmente in via Solari, ma prima mi ha regalato tutto questo.

 

 

Prima di andare via, decido di ripassare a fotografare il prospetto laterale della Triennale, mentre continuo anche il ragionamento sui retri e sulle plastiche trasparenti e colorate della nostra società.

Vi trovo ancora un’altra scena molto tenera: dei nonni con bimbo, tutti vestiti dello stesso colore verde, il nonno che scende piano piano da un gradino alto, il bimbo con la nonna, tenuto per la collottola del cappuccio affinché non cada dal monopattino. Camminando attraverso il parco e lungo il laghetto, ascolto il fade in di I want to break free mentre torno vicino alla sorgente della musica, l’amico batterista.

Un corvo nero talvolta sorvola gli alberi e quest’atmosfera solare, intima e urbana, tanto familiare e privata quanto, allo stesso tempo, socialmente aperta e collettiva.
Il corvo nero di potere non sparisce mai del tutto, sfiora appena le labbra di due passanti, gracchia su un link ignorato fra news involontariamente apparse al tatto. E tuttavia il luogo è davvero assolato, la giornata azzurra, la gente rasserenata e sincera, un piccolo, dorato miracolo metropolitano del sabato mattina.

Pensando a questa azzurrità, mi torna in mente il cielo del Lascito di Yannis Ritsos, che ripasso a memoria per omaggio al poeta e alla Giornata Mondiale della Lingua e Cultura Ellenica.

Ο ουρανός είναι εφτά φορές γαλάζιος.

Tornando verso il castello, scivolo tra persone e personaggi di ogni tipo, mi passano per le orecchie spezzoni casuali di conversazioni in molte cantilene. Italiano, francese, spagnolo, lingue dell’est, lingue arabe.

Inizio a camminare prendendo appunti. Ascolto, trascrivo, registro le voci degli altri.

 

 

 

Trascrizione dal taccuino digitale

…mais oui, c’était l’année dernière quand il m’a dit que… ragazze, io non ho ancora trovato un colore che mi si abbini… have you already seen her Instagram, she’s again with him in Germany… il y a un projet vraiment attentif au design, très élégant…
Alani, passeggini, zucchero filato, mamme cinesi ridono sulla giostra, pesca delle paperelle con calamita, una bimba spaventata dall’horror gorilla del castello blu, un sudamericano conta biglietti venduti, ancor più horror chincaglierie da smartphone, il gestore cinese di una giostra invita e avvisa mantenendo lo stesso tono: «Occhio campioni, signore attento bimbo stare indietro, tutti in pista troppa coda!»
Avvicinandomi al castello cambia tutto: ponte levatoio pacificamente assediato e invaso senza colpi d’ariete da un esercito di turisti, babele di lingue. Ciondolo ascoltandone l’intreccio.

 

 

 

L’indicazione di una mostra, che vedo appesa, mi spinge a intrufolarmi in una corte, quindi in un angolo un po’ nascosto. Oltre la porta trovo uno scrigno delle meraviglie, una mostra sui rischi dei libri nell’attraversare i secoli, organizzata dalla Biblioteca Trivulziana ispirandosi alle Avvertenze per la loro conservazione stese da Gaetano Volpi, un bibliofilo del Settecento.

Tra i casi più affascinanti, un libro ha qualcosa di straordinariamente surreale, in linea con la giornata di oggi. Si tratta di un esemplare della Cornucopiae linguae latinae, un commento di Niccolò Perotti, umanista del Quattrocento, a un’opera del poeta latino Marziale, stampato a Milano da Ulrich Scinzenzeler nel 1498 (edita dapprima a Venezia, ebbe fortuna e diverse edizioni in laguna e a Parigi). Ma questa specifica copia fu coperta riciclando una pergamena di una Bibbia ebraica, della quale vediamo il retro. Dunque il testo in ebraico traspare attraverso la membrana, ma affiora invertito rispetto al senso di lettura originale, salvando e testimoniando a rovescio un prezioso frammento d’opera che altrimenti sarebbe andato perduto per sempre nel fiume della storia.

 

 

Gli occhi pieni, prendo la metropolitana e riemergo al sole alla fermata di S. Agostino, dove con viva soddisfazione ritrovo lo straordinario mercato, che inizio ad attraversare avanti e indietro, lentamente, dondolandomi in coda nella calca, direi “a passo di mercato”, osservando, ascoltando, prendendo appunti.

 

 

 

Trascrizione dal taccuino digitale

Plastica e postmodernism. «Ragazzi tutto one dollar, senorita, roba regalata ma non rubata!». Tra passatelli e halhal, gorgonzola e profumo di tandoori. Pere, upo, barbabietole, rape. «Ciao ragazzo, abbiamo mangopapayafragole, piace?».
Un peperone scultoreo, quasi una foto di Edward Weston, appoggiato in bilico per figurare su una bilancia scassatissima degli anni ‘60. Un milanese vende «carciofi-buoni-carciofi da mangiare crudi!», un altro: «Avanti col latte, così buono che vi rifate l’occhio!» e immediatamente accanto a lui, senza soluzione di continuità, «Brahim, Brahim!, carciofi con spine ne abbiamo ancora?». E poi un banditore indiano, un altro, e poi ancora «Tutto regalo buongiorno giovani signora». Ceste di baccalà e aringhe sotto sale. «Fioribelli» venduti da una signora ucraina.
Africano vestito di rosso smagliante che balla, una gioia. Venditrice di tortillas empanadas, dimessa. Comunisti srilankesi tra volantini e firme. Anziana siriana vestita nero. Peruviana tiene alto un cartello sul risorgere e canta una predica a ricchi e poveri per la grazia del Signore.

 

 

Anche stavolta, nel raggio di dieci metri e in dieci minuti mi accade di tutto. Osservando le persone che fanno volantinaggio in caratteri scritti per me incomprensibili, domando a un ragazzo se ci sia una manifestazione. Si toglie una cuffia, mi risponde «Siamo comunisti Srilankesi», iniziamo a conversare, mi racconta che manifestano anche da qui a favore del proprio paese, contro le politiche e lo sfruttamento capitalista. Se posso essere utile, firmerei anche io volentieri, dico. Il suo viso si apre in un enorme sorriso, mi accompagna al banchetto. I vecchietti sono straniti e diffidenti, il ragazzo spiega qualcosa nella loro lingua e si illuminano in volto, mettendo il dito sul foglio «qui per firma, qui grazie!» Una volta firmato, il ragazzo mi domanda se possa farmi un brevissimo video «contro il capitalismo», inizialmente declino ma poi, vincendo la ritrosia, mi dico che in fondo perché no, il caso mi ha portato qui adesso, non mi costerebbe nulla e ne sarebbe contento. Ed eccoci in piedi tra il mercato e le scale della metro, tra barbabietole e gente di fretta, e lui con un cellulare in mano e io «Cosa devo dire?», domando, «Quello che preferisci», mi risponde, allora ci penso un attimo e mi lancio a capofitto in un un paio di frasi sulla necessità di un cambio di paradigma rispetto ai canoni del sistema economico attuale, per uno sviluppo più equo e sostenibile in tutto il mondo globale. Ci salutiamo con una sincera stretta di mano, «asèle», mi sorride, «che nella mia lingua vuol dire “felice di conoscerti”».

 

 

 

In metropolitana ci ritroviamo con Sm. e passiamo uno splendido pranzo, viaggiando tra sapori napoletani e racconti che spaziano da Venezia alla Tunisia, dalla Sicilia occidentale al balcone delle Alpi di Brunate sul Lago di Como – mi sembra di vedere le vette rosate già dalla descrizione – dalle parmigiane di melanzane ai tè di compleanno milanesi.

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Nell’attesa di incontrare C., torno al mercato, stavolta percorrendo i banchetti di vestiario lungo la via. Anche qui, condizioni materiali modeste ma creatività, vitalità e solidarietà inattese rispetto ai miei ricordi, che dipingono un processo complesso, un mondo in trasformazione.

 

Trascrizione dal taccuino digitale

Appunti attraversando, ascoltando. Ciapa ciapa accapatoi. Lingue altre. Uomo a dieci uomo a dieci dai dai, come on. Noi facciamo questo e altro siamo gli eredi di babbo natale per San Siro. Arabo, indiano, francese. Questo ragazzo sempre bravo. It’s a wonderful wonderful life remix. Un venditore gioca facendo volare un pelouche di drago. Lingue che non capisco. Calzi vendu calzi tutte gambe. Ciao belo. Original original forza tutta roba bella. Radio distorta musica commerciale. Faccio scaldare l’acqua, la metto in padella e inalo le erbe.

 

Mi lascio scorrere addosso tanta umanità. Non sono io a scrivere, sparisco lasciandomi assorbire completamente dalla gente. Esco dal mercato quasi stordito da tanta inaspettata mescolanza e meraviglia.

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Con C. facciamo un giro alla Darsena e ai Navigli, secchi e in funzione. A tratti camminiamo alla deriva o pedinando chimere, a tratti con direzioni precise. Facciamo un paio di brevi soste per gustare la rara compagnia.

All’inizio del Naviglio Grande, un’occhiata a un bel tramonto, l’inquadratura è interessante dal punto di vista antropologico. All’improvviso, la configurazione del palcoscenico cambia e assisto, forse unico spettatore non visto, a una scena che non posso fare a meno di fotografare, tra selfie e disperazione. Mi chiedo perché a volte non riesca a fare a meno di scattare certe foto così dure.

 

 

Proseguiamo tra vetrine di oculisti con ironia da designer, murales che fanno da sfondo a vecchie e nuove umanità, Porta Genova, farfalle sottovetro, la Vucciria di Guttuso rivisitata nel distretto Tortona (di cui ho già scritto nel primo capitolo) e fioraie gentili dalle quali acquisto una pianta di cui “l’importante è che sia piccola”; ed eccomi a casa di Sh.

 

 

Questa giornata, con i suoi momenti surreali, non poteva che proseguire ritrovandosi a China Town la sera del capodanno cinese, all’apertura dell’Anno del Maiale.
Guidati da Sh. e dalle sue amiche e amici, cerchiamo un posto in cui mangiare, ma ovunque troviamo lunghe code. Finiamo per trovare un’improbabile ma ottima pinsa pugliese nel cuore di China Town.
La serata è splendida, tra nuove, immediate amicizie; e perfino ritrovandoci con un’incredibile coincidenza, anni dopo, con So.
Tra arance sbucciate, birre di tori, avanguardistiche tecniche anti-singhiozzo e cartelli di uscite di emergenza, si procede avvolgendo e svolgendo le conversazioni.
Come già detto nella prima parte di reportage, in questi mesi nei quali i media ci vorrebbero soltanto affetti da depressione e sovranismo psichico, più guardo negli occhi le persone e più vi trovo conferma di un presente da costruire, fiduciosi, e di un futuro luccicante tutto da scrivere.
Passeggiamo tra lanterne rosse, facciate coperte di luminarie intermittenti, folle di crostacei in acquari, karaoke di musica cinese attutiti dietro le porte di stanze con la scritta dorata “Vip”, cappellini diamantati.

Un tram anni ’80 ci riporta dolcemente a casa.

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(Testi e fotografie di G. Asmundo)