197 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 6 // Livorno porto aperto contro il clima di insicurezza

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Nota di attualità del 20/02/2019

Generalmente non amo essere così esplicito, preferisco forme più sfumate. Ma otto mesi fa, a Livorno, mentre annotavo sul taccuino questo capitolo come risposta alla vicenda in corso della nave Diciotti, tra incredula indignazione e desiderio di riscatto pacifico, non avrei mai immaginato che in questi giorni di febbraio 2019 avremmo toccato con mano una tale realtà di degrado politico, tra negazioni di responsabilità, impunità, tribunali del popolo su piattaforme dai nomi di filosofi francesi, grave screditamento indiretto del valore delle Istituzioni repubblicane.

Mi chiedo quando torneremo tutti, proprio tutti a difenderla, questa democrazia e i suoi fondamenti, al di fuori della gabbia dorata del web e dei suoi spazi privati, slacciando dagli occhi la benda di seta della fintademocrazia online, che garantisce il palliativo di ogni sfogo politico privato di ricadute concrete; tornando nelle piazze a manifestare pacificamente, restituendo valore agli spazi fisici effettivamente pubblici in cui possiamo scegliere di vivere.

Continuo questo progetto, questo resoconto di viaggio tra i porti aperti, con l’obiettivo di resistere attivamente alla visione e alla percezione della realtà indotte e dominanti. E perché ritengo necessario tentare di costruire una narrazione alternativa della realtà, possibilmente veritiera e positiva, rispetto all’imperante “storytelling politico” costruito attraverso i media.

Non è ammissibile assistere alla demolizione progressiva (attraverso la svalutazione della pubblica istruzione, i balletti di disinformazione, le dichiarazioni contraddittorie a bella posta, le fake news) di ogni certezza legata alla verità dei fatti, così come alla giustizia dei principi, per ottenere un “regime di credenza” in un Paese privato di orizzonti.

Non è possibile accettare senza battere ciglio il coordinamento di un’informazione così manovrata, che concentri solo su fattori esterni o capri espiatori ogni attenzione, distolgliendo l’opinione pubblica tanto da misure che passano sotto silenzio, quanto dai veri problemi che affliggono l’Italia, quali precariato, criminalità, abusivismo, dissesti ambientali.

Non si può restare impassibili di fronte all’elaborazione costante di un clima di insicurezza e di sfiducia, di cancellazione tanto della memoria recente quanto delle aspettative nei confronti del futuro, mantenendo un presente senza prospettive al fine di costruire quello che definirei un “regime di fatalismo” presso una popolazione in tal modo più governabile.

Non è possibile osservare impotenti la volontà di pochi di trasformare le coscienze in un bacino di utenza web, rendendole in tal modo più influenzabili.

Non è tollerabile assistere a un tale programmatico svuotamento di valore della democrazia a livello istituzionale, comunitario e culturale, per incompetenza o per ottenere forse una disgregazione sociale più manipolabile attraverso il populismo.

Gli strumenti che abbiamo per non perdere di vista in primo luogo l’ideale di un mondo più equo e sostenibile e in secondo luogo la sua realizzazione non sono cambiati, vanno solo ripresi in mano. Le piazze, il voto come diritto e dovere, il web open source, l’ascolto dell’altro e il dialogo, la lettura dei classici, la salvaguardia attiva dei fondamenti, la coscienza individuale e collettiva, il silenzio, la riflessione, la discussione, la partecipazione libera.

La visione dominante, manipolatrice di coscienze e fomentatrice di aggressività, costantemente e capillarmente indotta dai “surfisti del tweet”, può e deve essere contrastata. Senza retrocedere di un passo. Resistendo e riconquistando terreno. Contrasteremo questa deriva clic per clic, strada per strada, poesia per poesia.

 

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Capitolo V. Livorno porto aperto, la Diciotti e il regime di insicurezza

18.06.2018

Livorno

Prima dell’inizio del convegno, c’è il tempo di fare due passi. Il grande edificio del mercato ottocentesco è ancora attivo, mi riprometto di tornarci appena possibile per osservarne l’uso dello spazio e le nuove dinamiche relazionali. All’esterno, mi sembra che esso sviluppi delle propaggini, come una piazzetta-mercato dall’interessante mix etnico e culturale e una serie di luoghi di ritrovo, quali un frequentatissimo bar rimasto in perfetto stile anni Settanta, con analogo sapore di torrefazione.

Sul fronte mare, vi è il gruppo scultoreo dei Quattro Mori, dove tutto converge – o meglio convergeva. Dove la stella delle fortificazioni del Buontalenti abbracciava l’incipit della Via Grande, di fronte allo scalo portuale cinquecentesco. Eppure la scultura appare oggi isolata, quasi ignorata dalla città. Circondata da un’anonima aiuola con prato e ringhierina, e da una pavimentazione ancor più anonima. Senza essere fulcro spaziale né prospettico. Soprattutto senza avere più, come emerge dalla deriva urbana di ieri e oggi, alcuna valenza politica, ma di mera testimonianza di un potere passato; o forse, addirittura, soltanto della sua volontà di espressione, ormai tramontata da secoli e superata da una realtà di grande accoglienza urbana che riscatta le sculture. Mi sembra quasi che la storia abbia metabolizzato questo elemento e ce lo restituisca scevro di qualcosa che non riesco meglio a definire, riconsegnandocelo soltanto come un interessante monito culturale, che però torna tristemente attuale in questi giorni resi drammaticamente aspri dalla chiusura dei porti.

Per quanto riguarda la concezione dell’epoca del monumento, pare che lo scultore Pietro Tacca nel 1623-26 abbia preso a modello dei prigioni ospitati nei vicini Bagni delle Galere: ne nacquero il greco-ionico Morgiano, il turco Alì Melioco, il maghrebino Alì Salettino; e un Africano sub-sahariano senza nome, cosa che trovo non priva di mesto significato.

Mi abbasso fin quasi a terra per fotografare da sotto in su il gruppo scultoreo, cercando di rileggerne la concezione originaria.

Tra moli e tramontane, sul fronte mare della Darsena vecchia mi trovo spesso a starnutire. «Sono i pollini africani trasportati dai container e dal vento», mi spiega con fare esperto il gestore di uno strano chiosco, a forma di edicola, che vende cozze impanate, porgendole a me e a un signore d’ebano d’oltremare.

 

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Il sole picchia con i propri dardi sul porto canale e gli scali sul lato sud della pianta stellata della città. Tutto è torrido, dagli Scali degli Olandesi agli scali Manzoni.

Decidiamo di esplorare un quartiere esterno, ottocentesco. Data l’ora e l’afa, la zona è deserta. Tra chiese Valdesi, gigantesche querce, archeologie industriali, meccanici e pescherie mescolati con kebab, esempi di modernismo, terrazze chic con bancali ridipinti, la città riassume in sé dei caratteri alla mano e modaioli al tempo stesso, con molte atmosfere familiarmente legate agli anni ’50-’60.

In queste aree centrali e semi-centrali, lo spazio non è per nulla toccato dalle dinamiche proprie di altre città vicine e più ricche, come l’altera Pisa e la classica Firenze. Il tenore di vita della città, portuale e non turistica, secondo certe analisi apparirebbe più basso. Ma nonostante questo, dalle eccezionali quanto quotidiane scene osservate fin dall’arrivo, la qualità della vita mi appare più alta, mi sembra ci sia meno ricchezza ma più democrazia. In questo porto c’è qualcosa di decisamente paritario e aperto, tanto nei rapporti interpersonali quanto nell’uso degli spazi pubblici. E tutti parlano con toni morbidi, scherzano anche mentre lavorano duramente, si abbracciano mentre stendono le reti in centro città, nei caffè sorridono con meno fretta che altrove, alle bancarelle mercanteggiano senza ostinazione.

 

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Raggiungiamo con P. una pizza vesuviana-bella-napoli, familiare ed accogliente. Con le finestre spalancate alla brezza di mare dal profumo brillante, parliamo a lungo di cosa stia accadendo, della radicale chiusura dei porti per la nave Diciotti, ferma a Catania da giorni con 177 migranti, persone, a bordo. Ci chiediamo cosa sia in nostro potere, in quanto cittadini, per reagire a tutto questo. 

Conversiamo preoccupati per la situazione che si aggrava a livello mediatico, per la deriva populista galoppante a vari livelli. Ci interroghiamo sui rischi di una massa influenzabile capillarmente attraverso i nuovi strumenti web: tecnologie nuove ma dinamiche già viste. Per certi versi, scherziamo, siamo un Paese in cui non sono inconsueti i piccoli balconi affacciati sulle folle, così come le gestualità antiche delle mani e del corpo in scena, siano esse politiche, religiose, teatrali. Forse per fortuna abbiamo ancora l’Angelus della nostra ultima figura d’integerrima “sinistra”, in questo periodo, oltre a coloro che invece escono su balconi di sedi istituzionali per esultare in diretta sui social network.

Ah, quanta fatica in meno rispetto a un tempo!, una volta a qualsiasi ometto occorreva sbracciarsi su piazze gremite, sforzare la voce senza microfoni; oggi basta un tweet.

Una sosta in un ottimo caffè dal sapore neoclassico, che espone un attestato di “gran classe” di cui i nipoti sono ancora molto fieri. Un gentile cubetto di ghiaccio tuffato nella tazzina mi trasporta più a sud.

 

 

Alla chiusura dei lavori di oggi del convegno, i piedi ci portano in un una delle zone che finora preferisco, dopo essere passati per quello che sembra un ginnasio del Ventennio baciato dalla luce radente e, appena più in là, un centro politico di “antifascismo militante”, fino alla solita “piazza dei platani africani”, nella realtà toponomastica piazza XX settembre, concepita nel primo Ottocento.

Mi colpisce la presenza, nelle piazze di questa città, di una declinazione di statue simili, monumenti puntuali eretti a segnare la rappresentazione del potere. Hanno in apparenza un’unità di tempo, luogo e ispirazione notevole, nonché perfettamente integrata con gli invasi spaziali. Eppure i punti di vista delle prospettive, nel tempo, sono nascostamente mutati, in un brulichio di moltiplicazioni degli stessi.

 

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Granduchi marmorei sovradimensionati, che restano ormai austeri e buffi testimoni del nuovo tempo, rispettati ma per lo più ignorati per abitudine. Rimangono metaforicamente sostegno per il riposo di qualche uccello migratore, come i principi e le rondini di una fiaba non ancora scritta.

In realtà, scopro dall’Enciclopedia libera online, la statua di Leopoldo II che osservo fu traslata qui a fine anni ’50, dopo essere stata tenuta nascosta per oltre cent’anni nell’antro dell’Arsenale del porto, poiché danneggiata durante le insurrezioni del 1849, nella scia del fervore rivoluzionario europeo. All’origine essa si trovava nello splendido luogo che ieri sera ho chiamato “piazza del gioco del mondo”, in verità piazza della Repubblica o del Voltone.

Ma torniamo qui, nella piccola piazza a misura d’uomo, tra i bambini italiani-africani e italiani-asiatici che giocano a palla, tra le famiglie di varie lingue sedute ai piedi di Leopoldo come di un nonno. Intorno alla piazza, piccoli bar, piccole scommesse, piccolo commercio cinese, piccoli internet point indiani.

Al bar mi raccontano un altro pezzo della storia, con una splendida dose di ironia: fino a dieci anni fa, la statua svettava sul “Mercatino Americano” e le sue lamiere. La piazza è ancora chiamata così dai livornesi, mi dicono, perché quel mercato si è tenuto qui dal ’44 fino a quando è stato spostato presso la Marittima. Il racconto al bar da parte degli “urbanisti inconsapevoli”, ridisegnando le assenze, ricostruisce il tassello mancante nella lettura di questo spazio.

 

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I piedi mi portano verso un’immancabile passeggiata nel rione della Venezia, che fa da coronamento al pomeriggio, con il suo languore.

Camminando e non sapendo dove andare, mi torna in mente un suggerimento di A., un’osteria dichiaratamente antifascista lì vicino.

Essa si rivela un posto straordinario, un vero toccasana in queste settimane di puro avvilimento politico. L’accoglienza è un esempio di umanità. Diventiamo subito amici con un cameriere, un ragazzo di nome G., che trova per me un angolo libero nonostante io sia da solo e il locale sia pieno, dicendo «dai, stasera ti faccio compagnia pensando a cosa farti assaggiare, te fidi?». Come dire di no?

Tra poster giganti di Che Guevara, vecchia musica di sinistra e accenni di buona compagnia improvvisata, passo una sera che direi beata. Dalla cucina mi arrivano piatti squisiti e chiedo di spiegarmene le ricette marinare, che continuerò a cucinare nei mesi successivi (sarà indimenticabile, in seguito, l’occasione in cui preparerò una mia variante di hummus siculo-livornese a Montmartre, in compagnia di amici parigini e marsigliesi, parlando di porti).

Ceci e aringhe con prezzemolo e poco aglio, baccalà impanato che scotta su un brodetto di aceto e rosmarino, ravioli al baccalà con olive taggiasche e pinoli. Meravigliose contaminazioni tirreniche e mediterranee del porto franco. Tutto innaffiato da vernaccia e, alla fine, un ponce. Il relativo racconto è meraviglioso: «Livorno è sempre stata un porto. Anche un porto di pirati, certe volte. Per scaldarsi di notte, all’addiaccio, i marinai preparavano il ponce a base di rumme o rum fantasia, caffè bollente e scorzetta di limone. Questo è veramente livornese, ora puoi dire di essere stato a Livorno». Mi racconta anche dei britannici nel porto e delle avanguardie artistiche novecentesche nei “cantucci di sinistra” dei caffè. Mi scrive su un prezioso tovagliolo di carta la ricetta del ponce – che conservo ancora nella scatola degli oggetti raccolti durante il Periplo delle repubbliche marinare, sempre più ricca di tesori.

Scambiando due parole, G. mi chiede «Da dove vieni?», io apro la bocca ma, per la prima volta in vita mia, mi fermo a metà e rispondo, ridendo «Eh: bella domanda». Mi rendo conto che vengo dall’isola del sud dove sono nato e cresciuto, dalla laguna del nord che tanto a lungo ho amato; ma tra me e me, penso che arrivo qui e “provengo” anche dai viaggi attraverso il Mediterraneo e l’Europa che mi hanno formato, dai libri e dai film che mi hanno segnato, da tutti i mari e genti che ho assorbito in tanti porti aperti antichi e contemporanei.

Racconto a G. del viaggio che sto facendo e del perché, gli prometto che gli spedirò un dattiloscritto del libro/reportage, un domani, quando avrò finito di trascriverlo. Lo ringrazio dell’ospitalità e torno a passeggiare, contento, nella notte buia e tranquilla lungo il porto canale.

 

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Scrivo questi appunti all’alba, dopo una notte insonne, passata mangiando arance.

La realtà della “piazza dei platani africani”, qui accanto, pone seriamente una questione: l’accettazione o meno della frase “ecco il mondo di domani”. Impoverito di certo, ma in qualche modo creativo, non rassegnato; e con del colore. Senza questa linfa sarebbe solo più triste, con bici rubate al palo, qualche bottega squallida e saracinesche arrugginite, una presuntuosa vecchia piazza vuota, dai platani spogliati.
Invece così il dato di fatto è una piccola economia che si reinventa, in qualche modo forse resiliente, e fa di una qualità della vita più morbida uno dei propri obiettivi.

Ripenso anche al gruppo scultoreo dei Quattro Mori: ha un significato e una presenza davvero forti. Di rado ho visto opere così d’impatto sul tema. Mi vengono in mente gli Schiavoni del monumento al Doge Giovanni Pesaro, di Baldassarre Longhena, nella basilica dei Frari a Venezia (Nota 5), ma quel caso mi appare diverso, i mori sono ritratti come schiavi, è vero, ma pur essendo schiacciati dal peso della dominazione, programmatico e figurativo, in quanto telamoni hanno un ruolo, sorreggono la trabeazione e la narrazione di Venezia soprastante, raffigurata da statue che impersonano Religione, Valore, Concordia, Giustizia, genii, donne virtuose e lo stesso Doge. L’immagine che la Serenissima volle qui dare di sé, all’interno della chiesa, mi sembra comunque ben diversa dal gruppo di un Granduca che si erga trionfale sulle quattro etnie sottomesse e incatenate ai propri piedi, ostentata dinanzi allo scalo della Darsena, così realistiche nelle torsioni dei corpi scuri di bronzo, posta di fronte a corsari e ottomani lontani così come mercanti e pescatori vicini.

Pensando a tutto questo, tra insonnia e dormiveglia sogno di trovarmi davanti ai Quattro Mori in compagnia di un bambino indiano, con il quale parlo delle popolazioni soggiogate e aggiogate con le catene, mi domando l’origine delle vere persone ritratte, le loro vicende umane; e il bambino mi corregge: «non si dice popolazione, ma etnia: c’è dentro il senso della nostalgia». Non capisco, ma mi sveglio.

Nelle ultime ore della notte ho ascoltato i gabbiani, ora il rombo non futurista della città che si desta. Mi sembra che questo porto sappia dare una lezione straordinaria. Rifletto sul fatto che mi ci sento libero dentro, è uno spazio decisamente collettivo e in qualche modo poco normato, quantomeno rispetto al mondo austroungarico del Nordest in cui vivo (con tutti i suoi adorati vantaggi). Uno spazio vissuto dal basso e in modo paritario, a dispetto delle moltiplicate statue neoclassiche (e se queste hanno perso senso politico, figuriamoci cosa resterà dei tweet). A dispetto delle sue ingombranti fortezze. Le sue piazze e i suoi scali lungo il porto, torno torno la stella del Buontalenti, raccontano ben altro.

Nota 5. Un’affascinante lettura fenomenologica, poetica e umana, dei telamoni disegnati da Longhena può essere letta nella poesia “Dockers/Scaricatori” di Yves Bergeret, con traduzione di Francesco Marotta, a questo link).

Fine capitolo sesto

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(Testi e foto di G. Asmundo)