204 // Roma città aperta. Liberare lo spazio

 

Trascrivo dal taccuino una “deriva urbana” che ho compiuto a Roma in ottobre, con una riflessione sulla percezione dello spazio e la necessità della sua apertura.

«In quest’ultima Roma ho attraversato metà del mondo: dai compagni di viaggio centroafricani, generosi nonostante le parole stentate, scambiandoci nella notte storie e biscotti, ai turistoidi sciamanti multilingue ma allegri; dai balli brasiliani ai piedi dei tritoni, agli ameboidi individualisti da smartphone dell’ostello; di Moretti in Moretti, dalle architetture razionaliste coloniali con mostre food&art all’interno, al cinema Nuovo Sacher del caro vecchio Nanni; dal lungotevere di angeli e coppiette abbracciate, alle rive dei barboni ubriachi di plenilunio; dai coworking kitsch da designer (edera finta e ritratti-crosta di sultani), realizzati in malcapitate cappelle seicentesche, al cacio e pepe come ‘na volta con chiasso allegro; dalle poesie in romanesco di un calciatore a quelle in rima baciata dedicate da un anziano alla sua mamma – belle – fino a “poetesse” ingioiellate che organizzano “aperipoetry” in “location” non-meno-dei-castelli-romani e che fanno interpretare i propri testi soltanto da attori da telefilm poliziesco di punta; da precari che studiano appassionati per concorsi pubblici, ad aristoborghesie da aspettachemelatiroancora; dai petali di fiori che non galleggiano più nelle mie fontane preferite, ai fenicotteri rosa di plastica; dall’alba sui Fori alla realtà aumentata sui monumenti; dalle persone gentili sull’autobus della domenica, strette come sardine a Porta Portese, a un vecchio pescatore tiberino e alle ragazze sorridenti su un Gianicolo fiorito e tedesco; da un meraviglioso pranzo domenicale tra Terracina e un quartiere tranquillo, dal moscato alle Sante libanesi, fino a un indimenticabile incontro del dopopranzo con vere anime belle, lettori sinceramente appassionati e professori che conversavano di ebrei marrani, calabresi e acqua brillante; dai ladri di biciclette ai bangladini che vendono caricabatterie; dalle colonne antiche di notte e dall’aurora sulle rovine commoventi, alla luce metafisica dell’EUR con figure spaesate più della Vitti e della Moreau messe insieme in Antonioni».

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Due giorni e due notti a piedi attraverso l’umanità romana, 40 km al giorno di ironia e disincanto, scegliendo di liberarsi dalle soluzioni di continuità. Pubblico solo oggi la prima parte di questo esperimento – che alcuni di voi hanno letto in anteprima – dopo averlo rimandato per mesi nell’attesa di avere tempo per costruire un reportage più completo, per una ragione precisa: in queste ultime settimane mi sembra sempre più urgente insistere con vigore sulla necessità di una costruzione alternativa della narrazione del reale, in senso antimediatico.

Tengo a una città democratica, orizzontale, in cui lo spazio sia comune a tutti e tutti si guardino in viso, in cui i vernissage d’arte coesistano con i samosa in una via semicentrale. Uno spazio che noi tutti edifichiamo con azioni e parole aperte, quotidianamente, senza nemmeno accorgercene, poiché si tratta di un processo assolutamente naturale. Tuttavia, la lettura e l’interpretazione spontanea della realtà oggettiva stanno diventando sempre più un campo in cui giocare sottilmente la partita della manipolazione dell’opinione pubblica.

Spingendosi oltre, tale storytelling politico-mediatico può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale alimentare esclusioni sociali costruite ad hoc, che mascherino le marginalità reali in cui larga parte della popolazione viene progressivamente relegata, tendendo a quella metropoli privata di qualità che Danilo Dolci definiva “omile”.

L’osservazione-ascolto e la rappresentazione della realtà fisica e delle sue stratificazioni, dunque, mi sembrano sempre più necessarie per toccare con mano una “verità” dei fenomeni, così come la vita delle persone.

Dal punto di vista del metodo, ad esempio, è possibile decidere come collocarsi fisicamente e spostarsi nello spazio urbano, come compiere un moto liberato, tagliando la città in pianta e in sezione. Muoversi attraverso di essa senza condizionamenti diviene sempre più una scelta culturale rilevante, un atto democratico.

Decostruire le gerarchie esistenti e un immaginario basato sulla sola informazione, oltrepassando vetri invisibili, aprendo lo spazio in cui viviamo, può consentire tanto un’esperienza quanto una rappresentazione della realtà ben più prossima a ciò che davvero ci circonda.

(Articolo e foto di G. Asmundo)

PS. Il pretesto per il viaggio a Roma in cui si è svolto l’esperimento è stato la lettura di una poesia sulle migrazioni senza tempo nel Mediterraneo, tra nòstoi e barconi, partecipando all’evento internazionale no profit 100 Thousand Poets for Change, occasione della quale ho raccontato qui stesso qualche tempo fa.

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