294 // Unde origo inde salus // Festa della Salute, Venezia, 2019

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Venezia, oggi. Del costruire ponti, del germogliare spazi.
21.11.2019, Festa della Salute, Venezia
Sprazzi di vita spontanea: si aprono le porte di un tram e le persone dicono “cappello, cappello!”, un ragazzo scende e fa per allontanarsi, ha le cuffie; “cappello, cappello!” ripetono le voci di tre nonnine e una mamma, mentre un berretto – che schivo – vola sulla schiena del ragazzo, il quale si volta e ride, ringraziandole. Salgo mentre tutto il tram ride di spontaneità.
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Sul tram un andirivieni dalla terraferma alle isole e viceversa in occasione della festività, nel naturale flusso incrociato di quest’unica città, della realtà composita che ne ha finora costruito il presente.
In un bar del centro storico di terraferma, le vetrine sono oggi spalancate sulle pagode del mercato temporaneo, come una sezione ottocentesca a incisione, ma straripante di colore nonostante lo sfondo uggioso. Le bancarelle italopakistane colme di mandarini e karela, peperoncini e batate rosa, urpa e radicchi. Mi tocco la punta del naso con la schiuma di un caffè macchiato, un gesto del passato.
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Al bancone ragazzi amichevoli, ai tavoli un gruppo di anziani imberrettati, delle ragazze su un divanetto, due pensionate in golfino e collana, vestite da giorno di festa.
Degli adulti entrano con una ventata d’umido, caffè al banco, escono; chiocciano in coro i propri sorridenti ciaocari-ciaograzie. A volte, penso, le persone avrebbero solo bisogno di tranquillità, per affrontare con equilibrio gli scompensi contemporanei e la sovrastimolazione d’immagini e informazioni che le raggiunge da ogni direzione.
Fuori dal vetro, una giovane italoindiana con un velo dal colore rosso autunnale cammina guidando un bambino distratto, tenendogli con ferma dolcezza una mano sulla testa.
Accanto a me, due signore in maglioncioni di lana chiacchierano di quotidianità.
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Per strada, su tappeti di foglie autunnali, una signora italiana dell’est accompagna la carrozzella di una coetanea, la cui testa dondola sorrisi di rossetto rivolti a ogni passante.
Una mamma italoasiatica (di cui non identifico i caratteri, ma importa?), con un passeggino dalle piccole braccia animate, parla con una bimba intrufolatasi in una lavanderia da co-housing, che sta dietro al vetro e fa le smorfie, sullo sfondo i grandi oblò delle lavatrici, mentre la mamma ride di un calore universale.
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Flussi di persone che attraversano le vaste terre e un mare antico. Città che si disgregano e metropoli che si aggregano. Il clima sempre più polarizzato e dall’equilibrio fragile, la perdita della costanza. La riapertura delle piazze, tra nuove consapevolezze.
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Cammino. Nuovi spazi germogliano, nuove dinamiche crescono.
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Chiesa della Salute, centro storico in isola. Costruire ponti di barche, congiungere sponde. Dal ponte votivo giunge una fiumana di gente che si affastella in calle. Campane. Attorno alle scalinate del Longhena, banchetti di ceri venduti da veneziani dalle molte, diverse pelli. Poco oltre, il serpentone di palloncini e frittelle fatte al momento.
Tutto converge verso una venezianità pura quanto rivisitata, religiosa quanto pagana, festosamente laica, aperta a tutti e a ogni differente ragione di partecipazione, collettivamente esperita. A spirale damascata, dallo stupore incantato delle candele al viso d’ebano della Madonna. Quindi tutto converge verso l’anello in ottone al centro dei marmi mischi, connessione con acque antiche; e da qui rifluisce, espandendosi.
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Unde origo, inde salus. Da dove traggo origine, da lì la salvezza. Grembo materno, provenienza, familiarità; cosa fa sentire al sicuro, salvi, a casa, se non la prossimità a ciò che sia caro, vicino o lontano poco cambia, se non la reciprocità di uno spazio accogliente, magari comune, pancia di nave tra grigie maree.
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(Fotografia di copertina di Sofia Paggioro. Articolo di Giovanni Asmundo)