295 // VENTI DI SCIROCCO 2 // L’ospite inaspettato, di Lucia Guidorizzi

 

Sono felice di presentare oggi il secondo contributo per una nuova rubrica aperiodica a cura di Lucia Guidorizzi, intitolata “Venti di scirocco”, ringraziando sentitamente l’autrice per la generosità e la qualità degli interventi.
A questo link è possibile riprendere il filo del suo ragionamento leggendo il primo contributo, precedentemente confluito nel progetto “Portofranco”: https://bit.ly/33B9LcS
Buona lettura!
G. Asmundo

 

L’ospite inaspettato

 

“Hai il potere di prolungare la vita?” Chiese un saggio a un altro saggio.
“Ho il potere di prolungare la speranza.” Gli rispose costui.
La disponibilità totale ha il suo sbocco nell’ospitalità.
Edmond Jabès, da “Il libro dell’ospitalità”

L’ospite, con il suo sopraggiungere epifanico, provoca sempre una marea di sensazioni contrastanti: se da una parte egli si fa latore del lontano, dell’Oltre, con tutta la sua ricca complessità evocativa, d’altra parte il suo apparire altera gli equilibri precostituiti di esistenze che vogliono continuare a mantenere inalterato il loro corso.
Egli è al tempo stesso daimon (colui che distribuisce il destino) e anghelos, (messaggero del divino) che irrompe nel flusso opaco della quotidianità. Il suo irrompere è sempre un atto rivoluzionario e sovversivo, poichè costringe l’individuo a confrontarsi con la propria alterità.
Spesso questa alterità si manifesta in modo destrutturante, provocando diffidenza, repulsione, rifiuto, nel vano tentativo di restaurare equilibri già collaudati.
Molti autori si sono soffermati sul tema dell’irruzione dell’altro, dello straniero che provoca squarci e varchi nel tessuto sociale precostituito.
Ne “Le Baccanti” di Euripide l’arrivo di Dioniso, il dio del teatro e della tragedia, crea disordine e caos nella città di Tebe: le donne abbandonano i fusi e i telai per recarsi sulle alture e nei boschi per celebrarlo.
Egli giunge a Tebe in qualità di Straniero ed è portatore di una verità altra e per questo è considerato pericoloso.
La Legge e le istituzioni cercano d’imprigionare il Dio sovvertitore dell’ordine precostituito, ma sopraggiunge un terremoto, che fa crollare le mura della prigione in cui si trova, restituendogli la libertà.
Dioniso è portatore di un sisma non solo geologico, ma anche sociale.
La storia ci offre molti esempi di questa violenza sempre insita nei confronti dell’Altro, considerato pericoloso in quanto portatore di valori e verità alternative, basti ricordare la persecuzione degli eretici, degli ebrei, la caccia alle streghe, il massacro degli ugonotti, solo per fare qualche esempio.
Nella tragedia “Macbeth” di Shakespeare, è invece la sfrenata ambizione politica del protagonista che lo induce a tradire le leggi dell’ospitalità, fino a macchiarsi le mani del sangue del suo ospite, il re Duncan.

Il termine xenia in greco designa l’antico concetto greco di ospitalità e dei rapporti tra colui che ospita e l’ospite che viene accolto. Accogliere chi chiedeva ospitalità era un dovere e implicava uno scambio di doni tra l’ospite e chi gli offriva accoglienza. Spesso dietro le sembianze dell’ospite straniero, si celava un dio. Violare la sacralità della xenia implicava un’offesa agli dei carica di gravi conseguenze.

Nel 1598 l’Editto di Nantes pone fine in Francia ad una lunga serie di guerre di religione che avevano insanguinato il paese salvo poi essere revocato nel 1629.
Anche Pierre Klossowski ne “Le leggi dell’ospitalità” riprende questo tema riattualizzandolo e coniugandolo tra due temi apparentemente distanti tra loro: teologia ed erotismo.

Poiché la relazione con l’Altro è fonte d’angoscia, spesso si cerca di negare, annientare e distruggere quanto è diverso da noi.
Arthur Rimbaud aveva superato questo conflitto riconoscendo nell’Altro il suo stesso volto, arrivando a dire “Io è un altro” quando un giorno, in uno dei suoi innumerevoli vagabondaggi aveva riconosciuto se stesso nel cadavere di un soldato che scopre in una radura, morto nel corso della guerra franco-prussiana.

 

Il dormiente nella valle

È un anfratto verde dove canta un fiume
Appendendo follemente all’erba i suoi stracci
D’argento; dove il sole, dalla fiera montagna
Risplende: è una piccola valle spumeggiante di raggi.

Un giovane soldato, la bocca aperta, il capo nudo,
E la nuca immersa nel fresco nasturzio azzurro
Dorme; è steso nell’erba, sotto le nuvole,
Pallido nel suo verde letto dove la luce piove.

Ha i piedi fra i gladioli, dorme. Sorridendo come
Sorriderebbe un bimbo malato, fa una dormita:
Natura, cullalo tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno fremere le sue narici;
Lui dorme nel sole, la mano sul petto
Tranquillo. Ha due buchi rossi sul lato destro.

Ottobre 1870

 

Se Rimbaud era riuscito a vedere se stesso nel Nemico, oltrepassando la lettura dualistica dell’esistenza, non tutti sono in grado di raggiungere questo livello di consapevolezza e dalla paura dell’alterità sappiamo che sono scaturiti tutti i contrasti ed i conflitti della storia.

Nell’ultimo libro scritto da Edmond Jabès prima di morire “Il libro dell’ospitalità”, l’autore racconta una sua esperienza compiuta nel deserto. Insieme ad un suo amico, si era inoltrato in automobile, una vecchia e scassata cabriolet, nel deserto del Sinai e la macchina li aveva lasciati in panne. Si trovavano in una situazione di grave difficoltà, senz’acqua e senza viveri, quando, dopo trentasei ore in queste condizioni, furono soccorsi da un nomade, che li condusse in salvo attraverso piste sconosciute. Dopo averli salvati, si congedò da loro senza volere nulla in cambio. Due giorni dopo, I due amici si ritrovarono a percorrere quello stesso deserto con una macchina dell’Esercito. Volevano portare al nomade dei regali in segno di riconoscenza, ma quando lo incontrarono, egli fece finta di non conoscerli.

“Perchè fece finta di non conoscerci? Un atteggiamento che ci parve strano, ed un poco ci urtò.
Sbagliavamo. Evidentemente non avevamo riflettuto abbastanza su che cos’è l’ospitalità per I beduini. Se il nostro ospite ci aveva ricevuto fingendo di non conoscerci, era per sottolineare che noi due restavamo ai suoi occhi gli anonimi viaggiatori che in nome dell’ancestrale ospitalità della sua tribù egli aveva dovuto onorare in quanto tali: se così non avesse fatto, la nostra improvvisa visita avrebbe preso il sapore di un ritrovarsi effimero”

Essere straniero secondo Jabès non è solo immagine di una separatezza e di uno sradicamento, ma è condizione propria dell’ebreo e dello scrittore, del nomade e del poeta, di colui che si identifica in tutto quello che non ha certezza, visibilità, potere e su questa incertezza costruisce l’avventura di ogni incontro. Tutte le forme di razzismo nascono dal rifiuto dello Straniero che è ciascuno per se stesso. Ma fino a che punto si può accogliere l’Altro che ci abita? Labile è il confine che separa il Nemico (Hostes) dall’Ospite (Hospes) ed è facile che l’uno si tramuti nell’altro e viceversa.

La vera ospitalità non si nutre di aspettative: è pura gratuità e non lega l’altro, vincolandolo all’obbligo della riconoscenza, in quanto la riconoscenza è un sentimento difficile. Implica un legame imprescindibile tra benefattore e beneficato, che a volte si adultera, trasformandosi in risentimento o in violenza.

Colui che ci si presenta davanti in modo inatteso ha sempre un posto riservato dentro la tenda. È l’inviato di Dio.
Così ad Abramo si presentarono i tre angeli, mentre riposava davanti alla sua tenda nell’ora più calda del giorno (Genesi 18) ed egli offrì loro ospitalità e ristoro.
Gli angeli gli predissero che sua moglie Sara avrebbe avuto un figlio, nonostante la loro età avanzata. È così che i tre sconosciuti annunciarono la realizzazione dell’impossibile.

“Davvero ospitale è fino in fondo l’attesa.”
Edmond Jabès

 

Lucia Guidorizzi

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(Immagine di copertina: Marc Chagall (1887-1985), Abramo e i tre angeli, olio su tela, Nizza, Musée National Marc Chagall)