296 // Dal silenzio alla riscrittura partecipata della città

 

A un anno dalla deriva urbana “Roma città aperta. Liberare lo spazio”, ripresa in seguito in “Ricostruire la realtà. L’ascolto contro chiusure e censure”, pubblico oggi la terza parte della riflessione.

Spazio narrante e spazio narrato

L’analisi della città può essere condotta attraverso lo strumento di una parola aperta? E il dialogo, la partecipazione, possono portare alla costruzione di uno “spazio narrante” e condiviso?

Una nuova città, un mondo nuovo, possono essere pianificati orizzontalmente, basandosi su presupposti quali il moto liberato e l’ascolto: strumenti di rilettura della realtà tangibile o sensibile, mirati ad approfondirne la comprensione.

È possibile così procedere con una lettura condotta attraverso attenta osservazione e vero ascolto, finalizzati alla successiva rappresentazione e “riscrittura” della realtà operate  attraverso un dialogo che conduca a uno spazio dialetticamente narrato e a sua volta narrante.

Quest’ultimo può divenire così una nuova sintesi, in grado di caratterizzarsi come “partecipata” a diversi livelli; ma che al tempo stesso, una volta addensatasi, mantenga forma aperta.

Un primo obiettivo, dunque, la costruzione di una raffigurazione della realtà, documentaria e poetica, che sappia essere alternativa rispetto a quella, spesso disgregante, costantemente insinuata nelle nostre esistenze e dinamiche esperienziali da parte dei mezzi contemporanei.

Un secondo obiettivo, servirsi del dialogo per ridefinire un terreno comune e aperto, nel quale piantare e far crescere i semi di uno spazio condiviso, attraverso azioni concrete e tenacia.

Un terzo obiettivo, per il quale rimando alla straordinaria opera, in teoria e prassi, del poeta e antropologo Yves Bergeret (https://carnetdelalangueespace.wordpress.com), può essere la rifondazione della realtà stessa attraverso la parola aperta e il concetto di langue-espace.

Verso una riscrittura partecipata della realtà

Tornando alla parola, ascoltata prima ancora che detta, nella sua duplice forma orale e scritta – nei cui aspetti antropologici non oso addentrarmi – essa può essere uno strumento dialettico progettuale per la costruzione di una più equa realtà urbana presente e futura. Pensiamo alla straordinaria opera di autoanalisi popolare maieutica di Danilo Dolci cristallizzata in Conversazioni (Einaudi 1962, riedito da Il Saggiatore nel 2014).

Nell’affrontare oggi la necessaria rilettura e riscrittura dello spazio urbano – sia in aree “centrali” che “marginali” – l’assunzione di un punto di vista realmente paritario nel confronto con i contesti e le persone, cercando un efficace contatto con il reale, scevro da sovrastrutture, potrebbe portare a una progettazione effettivamente dialogica e più democratica.

Laddove le oggettive limitazioni del disegno, della capacità di previsione, dell’apparato normativo e delle possibilità di incidenza concreta sul reale non consentano di ridefinire i contorni della pianificazione organica necessaria, solo un vero confronto può affinare la capacità di concepire, qualificare, realizzare o umilmente fornire assistenza al rimodellarsi di spazi fisici per una collettività plurale, capaci un giorno di divenire luoghi.

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(Articolo e foto di G. Asmundo)