297 // LE VOCI DELLE DIS-ATTESE // Lucia Guidorizzi legge “Disattese”

 

Ricevo con gioia da Lucia Guidorizzi una nuova lettura del mio “Disattese. Coro di donne mediterranee”, che per desiderio dell’autrice condividiamo qui su Peripli.
Con tanta gratitudine per l’attenta, partecipe e profonda capacità di ascolto e volontà di dialogo.
G. Asmundo

 

LE VOCI DELLE DIS-ATTESE. Lettura di Lucia Guidorizzi

Giovanni Luca Asmundo, “Disattese. Coro di donne mediterranee”, Versante ripido, 2019

Una bellezza vivida, tragica e corale, promana dalle pagine del nuovo libro di poesie di Giovanni Luca Asmundo. La sua parola poetica s’innalza nella luce nitida, allucinata di un meriggio senza fine parlandoci di fatalità, di mistero, di vita e di morte.
La dimensione corale delle voci di donne mediterranee, s’innalza in un canto che diviene un arazzo in cui i fili del destino individuale s’intrecciano con quelli del collettivo. Una sapiente tessitura di parole crea un’atmosfera arcaica che si proietta nella contemporaneità.
Sono voci di donne che raccontano gli scarti e gli squarci presenti nell’esistenza umana e la fedeltà ad un’attesa che restituisca un significato al vivere.
Tutta la raccolta, che si divide in due sezioni, Permanenza ( i cui testi sono stati scritti tra il 2009 e il 2017) e Migranza ( i cui testi sono stati scritti tra il 2017 e 2019) è permeata dal tema dell’attesa di eventi che stentano a compiersi, mantenendo un clima di sospensione atemporale, come nella poesia I che apre la prima sezione:

“Se aspettando perderemo i capelli
se la risacca annoderà le gambe
intrise di sale e grinzite di vecchiezza
se fondando caviglie in melma fredda
saremo radici d’inadempienza”

velate aspetteremo sulla riva
l’amaro ritorno delle cose perse
finchè le dita diventino lische.
Il mare semina corpi e germoglia stelle.

L’intensità struggente ed enigmatica delle voci di questo coro di donne mediterranee ricorda per certi aspetti le voci delle tre donne del dramma statico “Il Marinaio” di Fernando Pessoa, che, riunite per vegliare un’amica morta, in attesa dell’alba, parlano dei loro sogni per sentirsi reali. Il sogno di una delle vegliatrici è quello del Marinaio:

«Sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana…In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli volavano tra di esse… Da quando, scampando a un naufragio, vi era approdato, il marinaio viveva in quel luogo… Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto.»

E di attesa, veglia ed esilio parlano le donne di Giovanni Luca Asmundo, giovani ed antiche, potenti e fragili, misteriose e sapienti, circondate dagli aromi tipici della macchia mediterranea, rosmarino, menta, aglio, lavanda, prezzemolo, raccontando le loro vite non vissute e disattese, assumendo il ruolo enigmatico di Moire, le dee del Destino, interrogandosi su esodi ed esili.

“Noi fummo allattate dai pini, non lei
diseredata e rabbiosa per i calli arsi
dalla serpe del salire al promontorio

Storia di donne escluse
riunite dal mare essicato
la madre, la figlia, la Vergine
Nigra sum sed formosa.”
XVII

Sono evocati archetipi femminili che rimandano alla tradizione classica e a quella giudaica (come nei versi del Cantico dei Cantici di re Salomone), proiettati però nella dimensione del quotidiano, dove attesa e ricordo s’intrecciano in un andirivieni di sogni e di voci, di presenze e di assenze. Il senso della caducità si accompagna alla dimensione circolare del mito in cui ogni evento si ripete nell’avvicendarsi delle stagioni.

In una percezione sinestetica, in cui i sensi si aprono sulla dimensione metafisica, queste donne rammemorano le loro vite incompiute.

“Non più vasi in testa, mutati i fardelli
ma sempre un arcaico sorriso giocondo
e il gomito ad anfora greca.

La cicala iniziava di notte, domandava
alle guance, alle caviglie di ognuna
se fossimo brandelli di uno stesso
corpo, attorno alla cesta d’origano.”
XX

La seconda sezione Migranza, si apre in modo significativo con la citazione di un verso tratto dall’Antigone di Sofocle “Non per odiare insieme, bensì per amare insieme fui generata” che propone come figura emblematica appunto quella di Antigone, che adombra la condizione dell’esiliato, dello sradicato. Antigone, sepolta viva, ritorna alla sapienza della terra, abbandonando all’uomo il dominio un mondo pieno di conflitti ed inutili contese. La legge di Antigone è la legge amorale dell’amore che calpesta ogni divieto, ignora ogni minaccia e prescrizione, per esprimersi nella sua eversiva alterità: lì dove l’uomo ha tracciato la linea, il confine, la legge, lì Antigone è pronta ad andare oltre, oltrepassando il limite.

“Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essicati
meraviglia di mille sterpaglie.”
II a Salma Zidane

Questa poesia ricorda Salma Zidane, una donna palestinese la cui vicenda è ricordata anche in un film (“Il giardino dei limoni” 2008, diretto da Eran Riklis) che ingaggia una battaglia legale per difendere il proprio limoneto nell’ambito del conflitto israelo-palestinese.
Anche nella sconfitta e nella perdita, s’innalza un canto di resistenza e di bellezza.
Giovanni Luca Asmundo coltiva nella sua ricerca poetica la volontà e l’impegno di raccogliere le voci inascoltate e disattese del Femminile, evocandone la potenza arcaica e numinosa, nonostante tutto.

“In lei si leggono i segni di un mondo
portatrice di una cultura antica
inconsapevolmente supporta
le spalle composte e le braccia
di tutti i gesti che incarna
solenni e spontanei.
in lei si osservano dieci e poi cento
generazioni di donne,
sintesi pura, abbagliante.”
X

In questa genealogia femminile ininterrotta di indomito coraggio, riconoscimento della sacralità della vita, consapevolezza della Storia e del Destino, le voci di queste donne mediterranee s’innalzano in un coro che ci riporta al respiro del teatro greco, in cui divino ed umano si mescolano insieme dando luogo agli accadimenti.

“Se saremo coro le une alle altre
sentiremo palpitare i nostri polsi
alla scomparsa di gabbie dorate
al rifluire di spazi vitali
piazze e mercati, ma senza denari
scambiando dialogo e una nuova lingua
baratteremo nonne e nipoti
mescendo acque, usanze e tepori.”
XX

Ripiantare con dita gentili i frutti maturi della decadenza al riparo dalla salsedine del mare è compito di queste donne che divengono con la loro forza umile e pervicace ponti di speranza verso un avvenire che stenta a manifestarsi. Solo nella cura, nel “coltivare giardini d’approdo” è possibile ridisegnare il mondo. Giovanni Luca Asmundo, come solo i poeti sanno fare, si è messo in ascolto di queste voci inascoltate ed ha saputo dare loro corpo e sostanza.

Lucia Guidorizzi

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(Foto di G. Asmundo, Palermo, 2013)