298 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 7 // Livorno porto franco: città di latitudini

 

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Capitolo VII. Livorno porto franco: città di latitudini

20.06.2018

Livorno

Con il pensiero in resta, esco dall’albergo, pronto ad affrontare una giornata complessa. Mi tuffo nella “piazza dei platani africani”. Entro in un caffè strettissimo, prima tappa di un percorso iniziatico quotidiano nel ventre della città portuale. Parlo poco, ascolto molto. La signora ha una sua dolcezza in qualche modo malcelata dietro una scorza burbera di cicatrici e tatuaggi. All’interno del bar tutti vengono accolti, senza necessità di proclami.

 

 

Il contraltare, dall’altro lato della piazza, è una una chiesa sulla quale campeggiano scritte d’accoglienza, teneramente disegnate a mano.
Faccio una capatina all’interno, su cui incombono degli enormi angioloni, ancorati a una volta con i soliti cassettoni neoclassici preferiti dagli architetti livornesi.

 

 

Passando per centri antifascisti e scene di tranquilla vitalità, prendo della frutta presso una bancarella, poi un’aranciata in Piazza Grande. Una passeggiata ventosa conduce i piedi fino alla Fortezza di terra.

Persa la propria funzione militare, essa giace come una balena adagiata di fianco alla città, trasformata in giardino pubblico pensile e circondata dal porto canale brulicante di piccoli peschereccci, barchini e figurine vitali, con un salto di scala. La vista si affaccia sul Fosso Reale e sul Pontino, sugli scali e sui prospetti colorati delle case, così tirrenici.

Anche all’interno della fortezza, tra i muscoli di laterizio rilassati, sono adagiate pacifiche barche di legno e piroghe. Sulle panchine, tra gli alberi, si ascoltano molte lingue diverse. In cima alla fortezza riconquistata dal parco, una bandiera della Pace garrisce nello scirocco africano.

 

 

A piazza Garibaldi assisto a una scena che fotografo come altamente simbolica e che subito diviene nella mia mente un’immagine emblematica del viaggio che sto compiendo attraverso i porti aperti.

Sotto il celebre eroe dei due mondi, ai piedi dell’immancabile statua risorgimentale, l’Africa e la Cina dialogano.

 

 

Rimango un po’ nei pressi, osservando la piazza e le strade limitrofe. La zona è interessante, decisamente multiculturale. Alcune bancarelle vendono di tutto, un’edicola è punto di riferimento interessante per molti passanti.

Grafemi misti sui muri. Una stratificazione di segni, di lingue, di significati, in una toponomastica aumentata che tiene insieme altri secoli e geografie culturali.

 

 

Camminando lungo scali assolati torno al mercato, che esplode all’esterno dell’edificio. Mi addentro nel suo ventre. È un luogo tranquillo, del quale colpisce la serena vitalità a piccola scala rispetto al contenitore ottocentesco che la racchiude come una campana. L’aulicità dell’architettura è decisamente alleggerita dalla luminosità dell’ambiente; e da una copertura leggera che riesce a esprimere la democraticità dello spazio da essa unitariamente raccolto.

 

 

Partendo dalla Fortezza Vecchia a guardia della Darsena, sospinti dal vento, la deriva urbana ci porta a costeggiare i lungomare e i lidi verso sud, osservando il dipanarsi di fili ben diversi nell’articolazione dell’idea di città aperta al mare e alle genti.

Alberghi modernisti si alternano a terrazze; scogli irregolari ammantati di ombrelloni hanno forme analoghe alle fortificazioni urbane, sembrano minuscole fortezze per bagnanti. Ascolto mille lingue sulla scacchiera della terrazza Mascagni, vi cammino giocando ai chiaroscuri. Circus ad Ardenza, tamerici da Macchiaioli, bus tedeschi di seconda mano.

 

 

San Jacopo in Acquaviva mi appare come un faro, con il suo campanile eroso dal salino.  Scendiamo nella cripta, lambendo con i fianchi i muri di pietra salata. Ho tra i piedi sabbia e ciottoli di una rada antica, calpestata da sandali di pellegrini diretti a Santiago de Compostela.

Qui ogni onda è un salpare, penso riparandomi gli occhi dal miele del sole. Indugio sulla terrazza, nella luce radente che quasi ferisce, adorando tra le dita arancioni il punto di riferimento e anelito costante dell’Isola di Gorgona.

 

 

Sul ponte di San Giovanni Nepomuceno, protettore degli annegati, e sul ponte di Marmo, nel quartiere della Venezia, la luce commuove i graffiti dei marinai di un tempo. Le incisioni sulla pietra, realizzate nel corso di quattro secoli, raccontano di cenotafi e preghiere, torrette in cui stivare le merci, archi con arabeschi e damaschi, vasi, patriottismi risorgimentali, angeli musici danzanti su colonne.

Sullo sfondo il presente. Nella luce vibrante, dei pescatori italo-africani riavvolgono reti e cime di un pescherecchio, scaricando casse.

 

 

Cala la sera, tra voci, vino, patate, profumo di pesce. Il quartiere è a strati, in basso barche e botteghe, poi tavolini e focacce, quindi case di persone.

Ripenso ad alcune scene indimenticabili di vita vissuta, nel mormorio di queste sere. Ai bambini vestiti alla marinara che giocavano camminando sulle cime di barche come equilibristi o aggrappandosi ad antiche catene lungo i canali. In testa, candele alla citronella.

 

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21.06.2018

“Caffè in vetro o tazza?” è una domanda tipica che ho imparato a riconoscere durante questi intensi giorni livornesi. In questa città ancora abbastanza a sud da essere calorosa e ancora abbastanza a nord da essere efficiente, sempre apparentemente in bilico tra due mondi e tra due ere. Mai lineare, sempre complessa da interpretare prima di poterla apprezzare.

Caffè in vetro o tazza. In qualche modo mi sembra una questione analoga, dal punto di vista antropologico, rispetto a quella dell’abete e della palma. Livorno ha un microclima così particolare da essere l’ultima area geografica a settentrione inclusa nella linea della palma ma, al tempo stesso, quella più a meridione in in cui sia presente l’abete a bassa quota. Due linee, due mondi che si sfiorano, come un sogno impossibile, in questa città-metafora, dal 1565 democratico “porto franco delle nazioni” mediterranee.

Questa città inattuale e contemporanea, culturalmente e socialmente così ricca a dispetto di ogni parametro usuale corrente, mi sembra in tutto e per tutto una straordinaria interfaccia.

Una città in cui la latitudine acquista più senso che altrove; e che anzi ne ha assorbite in sé una pluralità: Livorno, una città di latitudini.

 

 

La città è crostacea e ostica tanto quanto morbida e democratica. Tra i suoi pescatori affaticati e le sue terrazze eleganti, tra un lobo d’orecchio di stucco e dei granchi di bronzo mi sembra giacciano i suoi estremi.

La brezza calda e umida di giugno reca notizie avvilenti e sempre più inaudite, che da dieci giorni insistono a tamburo battente, come mai prima d’ora, sulla presunta chiusura dei porti e sulla sua realtà mediatica.
Oggi non si parla d’altro che del nuovo caso della nave Lifeline, in mare, in attesa di lasciar sbarcare oltre duecento naufraghi. I “confini” sono sulla bocca di tutti e il personaggio pubblico più in vista costruisce le sue dichiarazioni di realtà dieci volte al giorno.
Dobbiamo davvero ringraziare chi ci evita ogni noia, in assenza di altri circenses, in un’estate in cui l’Italia è fuori dai Mondiali di calcio.

La fortezza a chiusura del porto, con il suo giglio dei Medici-Lorena, giace lì, cetacea e arenata, di fronte a un gelataio, crepata in modo possente.

 

 

L’esperienza volge al termine, la mia presentazione al congresso sul porto aperto di Venezia nei secoli e le sue acque è andata persino meglio delle aspettative.

Le esplorazioni di oggi si rivolgono a Livorno città d’acque, plasmata dai flussi democratici di una risorsa idrica considerata bene comune, accumulata e simboleggiata dalle architetture dei diversi cisternoni e cisternini dislocati nel tessuto urbano e, seguendo gli acquedotti, in area extraurbana.

 

 

Tra acquedotti, ombre di pini, terme di corallo abbandonate e ultimi scampoli ritardatari di convegno, arriva il momento di lasciare frettolosamente la città. Un leone quasi veneziano saluta  da una porta urbica. Una sosta, prima di partire, alla barriera Garibaldi, della quale scatto un panorama pensando a Ovosodo.

Un parcheggio sconfinato si adagia sull’antica cala labronica del porto di Livorno, a Santo Stefano dei Lupi. Poco dopo, accumuli di container raccontano il valore economico imperscrutabile della movimentazione e la consistenza apparente del porto commerciale contemporaneo.

Un tramonto spalancato s’infuoca sul “verdemare” della mia amica poetessa A., che adesso, finalmente, comprendo.

Una sosta mi consente di strappare un ultimo scatto che mi appare simbolico: un bambino senza colore, che riprendo volutamente in silohuette, gioca in bilico sul porto aperto.

 

 

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(Testi e foto di G. Asmundo)