299 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 8 // Pisa vestita di Mediterraneo

 

Nota di attualità del 4.02.2020

Continuando a trascrivere il presente “periplo dei porti aperti”, non posso fare a meno di rimarcare, nonostante il passare del tempo, l’urgenza di proseguire la battaglia nonviolenta per contrastare il pregiudizio e il razzismo dilaganti e per favorire al contrario il dialogo, la fratellanza e la costruzione di uno spazio comune più democratico.

E, al tempo stesso, di richiedere una posizione formale e umanitaria più aperta e accogliente da parte del nostro Paese, che ha appena rinnovato il memorandum Italia-Libia e non accenna ancora a riformulare i Decreti sicurezza emessi del precedente Governo.

 

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21.06.2018

Tirrenia

Fortunatamente, in questi giorni livornesi sono riuscito a immergere un piede appena nostalgico nel mio caro Tirreno, che di solito mi è precluso dalla lontananza adriatica.

La sera precipita sulle onde. Mi riaccolgono, squisiti, anzi di più, i cari A. e P., insieme alla piccola un-enne.

Mi addormento tra filtri di luce delle tapparelle e qualche messaggio scambiato con l’amico  Y., che dalle Alpi francesi mi chiede resoconti sull’ondata populista che investe l’Italia. Il calore umano da cui sono circondato è il migliore antidoto, i giorni livornesi mi hanno ricaricato di speranze e mi sento propositivo. C’è un’altra Italia resistente, che sto attraversando e che sento di dover raccontare a tutti. Il reportage prende forma di fittissimi appunti e fotografie. Non vedo l’ora di iniziare a trascriverlo e pubblicarlo, al ritorno.

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22.06.2018

Le notizie politiche al risveglio sono desolanti. Si susseguono i casi di navi fermate in mare aperto. L’approdo negato a persone disperate. Il pregiudizio e il razzismo che dilagano senza freni sul web, con conseguenti gravissimi episodi nella vita quotidiana di diverse metropoli; per la prima volta, anche al sud. Ma soprattutto con effetti di disgregazione della coesione sociale che sarà ben più difficile ricucire nel tempo, rispetto alla facilità della via entropica intrapresa dai padroni del circense. Una vera battaglia nonviolenta, culturale e politica, si rende necessaria, con il coraggio di lavorare sulla lunga durata con tenacia, inghiottendo l’indignazione quotidiana.

Occorrerà tutta la nostra energia per spargere pace intorno, ci diciamo con A. Questa mattina è saporita di arance e pappe sui fornelli, che tengo d’occhio anch’io mentre A. prepara scatoloni di trasloco e sorseggiamo abbondanti caffè. Parliamo di forcole veneziane e sapienze di mani, di romanzi e di poesia inglese. Per un lungo momento l’unica preoccupazione è la serenità. Poi giunge il tempo di ripartire tutti, io colmo di gratitudine.

Sotto un cielo offuscato di scirocco, di fronte a un lido dall’insegna anni Trenta, attendo un bus in compagnia di una rapper, un ragazzo che migra e un vecchietta dal marcato accento toscano.

Risalgo attraverso lagune insabbiate, gradi romanici, sargassi pisani scomparsi, cocci di campagne etrusco-romane separate da graticole di boscaglia, da arbusti prorompenti in luogo delle fosse d’acqua delle centuriazioni venete a me familiari. I campi sono rotolati via sotto balle di fieno. Il porto antico essiccato mi sembra anch’esso arrotolato, come il tempo. Ascolto le voci di marinai millenari, vedo le catene sciolte del porto aperto, sento il crepitare delle lanterne al suo ingresso.

Costeggiando le acque placide dell’Arno, rieccomi a Pisa, a chiusura del cerchio dei giorni scorsi.

 

 

Pisa

L’elegante signora fluviale si distende nella luce sciroccosa del mattino. Ha una lunga veste bianca e rossa di archeggiature romaniche, fondaci, stelle a otto punte mediterranee.

Navigo per la città alla deriva. In una piazzetta raccolta, la sosta per bere a una fontanella è antica occasione d’incontro con un altro viandante. Si tratta di un signore che migra, la sua barba canuta è originaria dell’Africa.

Da dove viene lei? Da Castelfranco, mi risponde. Il nome riecheggia subito casa, ha il sapore lontano della familiarità per entrambi. Egli è cresciuto e viene dalla città murata di Giorgione, crocevia di paesaggi dai quattro orizzonti aperti in ogni direzione, zona franca di mercanti che hanno inscritto, nel cuore della pianura d’acque veneta, un luogo di destini incrociati.

Il signore con cui parlo ha lasciato lì i suoi figli, avendo perso il lavoro che aveva sempre avuto in una piccola e media impresa. Il clima nel Nordest si è rovinato negli ultimi mesi, mi dice, dunque sono venuto a cercare lavoro qui in Centro Italia. Adesso vende fazzoletti “per lacrime di gioia” e regala braccialetti fortunati.

Ognuno riparte per la sua strada.

Mentre cammino, colmo di questa storia, vado rimisurando i miei portolani.

 

 

Più tardi, dopo aver girondolato per strade animate, stanco, mangio una cecina. E penso alla mia Palermo con le sue panelle, a Livorno con i suoi ceci all’aringa, a Genova con la sua farinata. Rifletto su come stia seguendo a piedi una rotta tirrenica dei ceci e delle loro declinazioni lungo l’arco della costa, di porto in porto, di calia in calia.

Cammino tra le copisterie studentesche e i sogni di sapienza, la pietra romanica e le facciate dipinte dei cavalieri, la torre di Ugolino dissepolta dalla memoria bambina. Talvolta  mi fermo a leggere di Farinata, Galileo, Alfieri. Talaltra a dialogare e farmi raccontare delle storie da italiani di diverse lingue.

Il duomo in restauro ricorda un cantiere medievale mai compiuto, nonostante la seconda dedicazione al Turismo.
Tra giovani laureate italo-asiatiche, torri pisane e normanne, vado alla ricerca di case d’antichi mercanti.

A occhi chiusi su una panchina seguo le linee della Carta Pisana, penso alle soffici sete dei sultani tra la Soria e Antiochia, alle navi sismonde mercantili da qui salpate per il Gran Conte normanno, al fine di oltrepassare il lucchichio ingannevole di Morgana, laggiù, dove l’insularità di Trinacria si può quasi sfiorare.

 

 

Pisa respira, si nutre, si veste d’altrove. Mi sorprende la chiesa di San Nicola, con i suoi avanzi romanici in facciata, così sincretici e mediterranei. Ogni dettaglio qui risuona di onde e commerci, di stretti e vivi scambi con l’arco tirrenico, con la sponda numidica e quella damaschina del Mare Nostrum, mare di noi tutti, senza confini.

Continuando a saltellare da un lato all’altro del Mediterraneo, a Santa Maria della Spina – chiesa su un ponte del porto fluviale – ritrovo reimpiegato un architrave ellenistico-siriaco.

All’interno, Michelangelo Pistoletto ha sparpagliato delle sedie colorate; sullo sfondo delle finte statue di Andrea Pisano.

 

 

Torno ad affacciarmi sul fiume. Un colpo di sole abbacinante porta una ventata d’isole e un brillare di spume. Guardando l’acqua, penso allo Sposalizio del mare che anche qui, come a Venezia, si celebrava, immagino le barche d’oro spartire le acque di quiete maree, fino a San Piero in Grado assaporata pochi giorni fa, tra cento galee e il mare aperto.

A Scalo d’Arno osservo i prospetti anticamente aperti, spalancati alla brezza e alle onde, li vedo affacciati sulle bianche vele delle scomparse navi ormeggiate sul fiumemare… e poco più in là, quasi a segnare i fianchi del porto, una torre che fronteggia un campanile, questo sormontato da una cupoletta arrossita da basso tirreno flegreo, calabro-bizantino, ausonio e, ancora oltre, da minareto maghrebino.

 

 

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Giunge il momento di continuare il periplo delle Repubbliche Marinare, ripartendo alla volta di Genova. Scelgo un treno lento, per assaporare il trasformarsi graduale dell’arco tirrenico.

Dopo Viareggio e Massa costeggio le Alpi Apuane, dalle vette bianche di marmo di Carrara, prigioniero e inespresso. Tra blocchi incatenati a destra e graniglie sfarinate a sinistra, metaforicamente.

 

 

Sarzana, tra lo smeraldo di boschi e il fiume Magra, con una ghiaiosa isoletta simil-tiberina. Immagino Luni, dai colori fumosi, pastellati e chiari, sorridendo alla leggenda dell’equivoco dei barbari che la scambiarono per un’agognata Roma.

La immagino anticamente splendente come un plenilunio, denudata dei suoi marmi ormai spogliati dai secoli, con un porto a specchio che ora giace sonnolento sotto il limo e le acque luccicanti di pioggia. Un’argentea città di confine, ricca in quanto interfaccia tra mondi. La zona ha un sapore di frontiera dimenticata eppur presente, una sensazione di condizione liminale, sembra davvero che qualcosa cambi nel paesaggio, scorrendo dalle tracce impresse dagli etruschi a quelle dei liguri.

 

 

A La Spezia mi accolgono un cimitero di collina e un’archeologia industriale dai mattoni vividi di pioggia. Una selva di gru in bilico su una gamba sola svetta su un panorama costruito. Una sezione urbana in forte pendenza segna un edificato densamente popolato. Mi chiedo se fermarmi per esplorare il porto, ma il desiderio di arrivare a Genova mi spinge a rimandare l’occasione.

Il treno si fa sempre più multiculturale. Accanto a me una ragazza italo-africana parla abbondantemente al telefono, è un profluvio di accento rotondo. Di fronte ho una coppia tedesca dagli zigomi e dai modi piuttosto nordici. A destra un quartetto di ragazzi originari d’altrove e cresciuti in Italia, occhi neri che scendono presto.

E sfilano dal finestrino Vernazza, Monterosso, Levanto… il Tirreno si fa sempre più profondo e scuro, batte lento sulla costa come su un panno spesso, diviene un mare “scomodo alla Montale”, come dice la mia amica S.

Ma un sole, seppure salso, torna a fare capolino dal piombo; e io mi faccio lucertola. La ghiaia, orlata di spume, ritorna cristallina, accarezzata dalla gentilezza di certi pini, man mano che sulla costiera le calette si trasformano in ripidi porticcioli di pescatori e scaricatori.

“Genuensis ergo mercator”, penso, una frase altisonante ma fieramente pronunciata dal basso. E rifiguro nella mente l’affresco genovese di un tessuto urbano combaciante con quello sociale, di una città vivente, vivida e vibrante, una città di mercatori, camalli, bastazi, democratica nella sua forma urbis in pianta e in sezione, non misurabili da alcun calibro ma piutttosto da un sestante, sfuggenti a un controllo dall’alto e negate nella loro ortogonalità dominatrice dal fatto d’essere un’immensa cavea teatrale, spazio collettivo, porto e mercato.

Con questi pensieri negli occhi, si spalanca dal treno la prospettiva della prossima tappa, Genova città aperta.

 

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(Testi e foto di G. Asmundo)