300 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 9 // Genova porto di umanità

 

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22.06.2018

Genova

Appena sceso dal treno, inizia la mia esperienza genovese, straniante e straordinaria.

La matita di un campanile romanico spunta in alto dietro cortine neoclassiche, le quali a loro volta, più in basso, fanno da quinta scenografica all’andirivieni di una città italo-africana.

Mi intrufolo alla ricerca dell’origine del romanico e del flusso multiculturale. Girando intorno agli edifici, scopro che la chiesa, San Giovanni di Prè, è affacciata sul porto e mi dà l’impressione di segnarne quasi un’imboccatura.

 

 

L’interno è straordinario, lavico e sabbioso, magmatico come un sottofondo marino. Si tratta di una commenda costituita da due chiese sovrapposte, stratificate, e un ospitaletto per pellegrini, cavalieri, religiosi e viandanti in attesa di salpare per la Terra Santa all’epoca delle Crociate.

Scopro che la chiesa primigenia sembra risalisse all’inizio del VII secolo e che dopo la prima crociata fossero qui ospitate le ceneri del Battista. Ripenso ai tanti Santi e reliquie venuti dal mare e incontrati in questo viaggio, alla sacralità dell’approdo in porto, sotto campanili dalla laica funzione di faro o punto di riferimento per naviganti.

Quante lingue si sono mescolate per secoli tra queste mura, appena lambite dalle acque, solleticate dalla rena, esposte agli spruzzi leggeri trasportati dal maestrale. Quanti tempi d’attesa sommati, quante introspezioni rivolte all’altrove, quanto principiare di viaggi diretti al Nordafrica, all’Asia minore, ai porti dell’intero Mediterraneo, in flussi e riflussi di persone e maree, di cime slacciate e riallacciate, di piedi, di voci, di vesti, di mani. Questo luogo è spalancato sul porto e sul mare, lo respira interamente attraverso il diaframma dei suoi portici, delle sue logge, delle sue bifore.

Seguo la bicromia delle pietre, in corsi bianchi e neri di pietra di Promontorio, sembra quasi che le linee inizino a muoversi, lievemente vibranti, quasi fossero onde di risacca, risuonando d’altrove.

 

 

Un sole affrescato sul soffitto sembra un enorme polpo o il propagarsi da questo luogo delle onde di un mare seicentesco. Ma soprattutto, rimango a bocca aperta e naso all’insù nel trovare, su una volta a crociera, dei serafini simil-bizantini con sei ali, rarissimi, che mai avrei immaginato tanto a nord. Le loro piume, il loro nascondere volto e piedi con le ali, mi fanno sentire istantaneamente molto oltre, nel meridione profondo o in Vicino Oriente.

 

 

Un altro affresco mi colpisce, riportandomi ai pensieri di questi giorni: la scena dell’entrata in porto di una nave, su acque placide, pacificamente accolta.

E proseguo, riparandomi gli occhi a fessura per il sole, in questo viaggio attraverso i porti aperti e il dialogo.

 

 

Torno a tuffarmi in via di Prè, la commenda mi sembra una vera e propria porta d’accesso a questa via straordinaria, appena parallela all’arco dei moli e delle calate, ma interna, per ripararsi dalle croste di sale sulla pietra e le labbra, un’arteria pulsante di vitalità accogliente.

Un locale tra gli altri, Carthage, con il suo vivissimo interno, riassume a perfezione un’anima sincretica Centrafrica-Tunisia-India, prolungamento diretto e naturale di ciò che avveniva all’interno della commenda. Lungo questa strada, così come in altri quartieri, le persone scrivono il porto con le loro azioni, ne aprono le banchine, tracciano nell’aria, con le mani e la voce, una città orale.

Tutta la via è un triciclo di bambini in mille lingue, un abito cucito a mano e multicolore, una babele di culture del tutto mescolate, intessute, impastate. La percorro avanti e indietro, ascoltando e osservando con gusto scene sorridenti d’apertura e spontaneità reciproca.

 

 

Appena in disparte, i truogoli di Santa Brigida, dei lavatoi pubblici in disuso che appaiono sospesi in una luce e un’atmosfera metafisiche. Un luogo trasformato: doveva avere un’importante funzione sociale, che si è traslata nei vicoli adiacenti, vissuti come spazi pubblici dai vecchi e nuovi abitanti, mentre qui giacciono adesso dei tavolini per pasta al pesto.

 

 

Risalgo verso una via principale, su cui si attesta il Palazzo Reale, lungo la quale, a dispetto dei prospetti monumentali, si ritrovano scene semplici.

Un bar italo-cinese in cui dei genovesi italiani e italo-arabi parlano “di caffè e libertà”. Un gruppetto di bambini italo-asiatici gioca a nascondino dietro gli angoli bugnati. Una signora con le borse della spesa si ferma a chiacchierare con un paffuto signore italo-africano non vedente.

Sono scene assolutamente quotidiane e normali, ma che in questi giorni rincuorano, rispetto al regime di credenza e chiusura che è stato mediaticamente instaurato sul web e in gran parte d’Italia, laddove sembra quasi che la pacifica realtà presente sotto gli occhi sfumi rispetto alla sua stessa narrazione e rappresentazione, falsata e orientata alla chiusura.

 

 

Torno nuovamente verso il porto, lungo una discesa ricca di stratificazioni e accostamenti d’epoche stridenti fra loro, segnata da un esteso graffito APRITEIPORTI sostenuto da analoghi striscioni, appesi ai piedi di finestre classiche e torri medievali.

 

 

Il Porto Antico si raggiunge oltrepassando il traffico, la doppia strada, la sopraelevata, il parcheggio, il vasto selciato, le recinzioni, le insegne turistiche. Il faro della Lanterna è avvolto in una nebbia fumigosa di calura, tra barche dalle drizze fileggianti.

Un vero horror vacui, una confusione visiva, un ingombro sonoro. Il sole picchia su una spianata che a quest’ora e in questa luce appare distopica e impossibile, abbondante di rimorchiatori trasformati in macchine da turismo, distese di automobili roventi, gamberoni giganti di plastica, vecchi e nuovi simboli quali il Bigo o i vascelli pirateschi e nettunici di un kitsch imperiale.

 

 

Finalmente, la pace acquietata dello specchio d’acqua, tra persone che migrano e venditori ambulanti al riparo dell’unica ombra.

 

 

Continuo la mappatura del fronte mare con i controcampi. Il prospetto urbano con arcate medievali e intonaci affrescati è tagliato a metà dalla sopraelevata dipinta e graffita.

Ripercorrendo tutte le tracce possibili delle tipologie architettoniche antiche, ripenso a Pisa. Anche qui portici, archi e avanzi bicromi di fondaci ancora leggibili, inframezzati da torri. Immagino  le facciate traforate dall’aria di mare, ripenso al declinarsi del fondaco portuale lungo le coste mediterranee, trama di un disegno sottile, elegante e accomunante, come la minuta calligrafia di un grande portolano ancora da ridisegnare o riscrivere.

 

 

Lungo la Calata Falcone e Borsellino, dei ragazzi musicisti multiculturali portano sulla testa seggiole, bonghi, strumenti jazz; sorrido pensando a una vecchia e splendida fotografia di Enzo Sellerio, Bambini con sedie, in una Palermo anni Cinquanta che si somma alla Genova presente come in un unico porto mediterraneo senza contorni temporali e spaziali.

 

 

In piazza Caricamento, un giovane papà italo-asiatico con passeggino si staglia su un mondo dipinto, tra affreschi seicenteschi rinnovati e una giovane africana vestita di dread-spaghetti.

 

 

Due ragazzi italo-africani in maglie di calciatori locali siedono sullo sfondo di un bugnato affrescato, ridendo di gusto sotto una statua d’oro doganale, vanamente bidimensionale.

 

 

Entro, con un capitombolo, nell’Ottocento. Qualcuno suona un pianoforte, bancarelle si ricoprono di stampe e libri, segnati da un euro a cento con la stessa grafia, mentre il baccano allegro e appassionato del Museo del Cinema rimbalza sui caffè e sulla loggia di San Pietro in Banchi, a cui piedi si estende da secoli un mercato multiculturale.

 

 

Svicolo fino alla Basilica di Santa Maria delle Vigne. Sottoscrivo un’insegna “fascino”. Sullo sfondo una facciata con figure di mercanti democraticamente dipinti senza gerarchie apparenti.

 

 

Entro nella chiesa barocca, in cui mi colpisce una Madonna che scopro chiamarsi “della Colonna e del Latte”: riparata da una nicchia ricavata nel marmo antico, una tenera madre di marinai e scaricatori sorride circondata da bavaglini ex-voto.

 

 

Provo a tuffarmi e dipanare il gomitolo di strade. Mi inerpico per strette vie seguendo ombrelli bianchi, incontro Vergini in edicole e giovani italo-africane che passeggiano dolcemente con anziane genovesi.

Stordito e affascinato dalla mescolanza. La Genova del 2018 mi sembra un incrocio tra Napoli, Trieste e Beirut. E uno straordinario porto di umanità.

 

 

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(Testi e foto di G. Asmundo)