301 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 10 // Genova e il cerchio del Mediterraneo

 

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22.06.2018

Genova

Seguendo il moto ascensionale della brezza di mare nell’aria arroventata, mi arrampico fino alle soglie dei Palazzi dei Rolli e ancora oltre, lungo una mattonaia simile a una crêuza.

Salendo tra profumi di fiori estivi, incontro una saletta di danza fortemente multiculturale sia dentro che fuori; faccio una sosta per respirare e per osservare la scena surreale e piacevole. Grappoli di mamme dai mille accenti e colori di vesti chiacchierano, tra risate argentine, in attesa delle figlie a fine lezione. Le note ad alto volume prorompono all’esterno e si mescolano con le cascate di bouganville. Tutto sembra sospeso tra mare e cielo, fuori dal mondo, eppure calato in una realtà d’equilibrio perfetto.

Continuo a salire, sorridendo. Giunto a una torretta modernista, mi verrebbe quasi da dire ad alcuni ragazzi, seduti sull’orlo, che vivono davvero in un bel posto.

 

 

La vista che si spalanca dal belvedere è stupenda, consente di apprezzare l’insieme, i dettagli, ripercorrere la topografia, incuriosirsi per dei cortili mercantili e dei campanili non ancora scovati tra i caruggi. Mi colpisce una torre medievale svettante all’altro capo del porto, che decido di andare a cercare più tardi.

Una moltiplicazione di punti di vista utile quanto necessaria ad arricchire la percezione della città. Da questa prospettiva si comprende un doppio respiro della fabbrica urbana, simile all’alternanza della brezza di mare e di terra. Tutto digrada e converge verso il porto, aprendosi al mare e allo scambio; e al tempo stesso, il porto risale per i vicoli, le strade, irradiando ogni cosa, accarezzandola di salso, si espande in ogni piega della pietra, in ogni androne, in ogni loggia e mercato, in ogni stanzetta o matroneo, in ogni sottotetto, in un crescendo sapido di mare, musicale, pulsante di vita.

Vi è un profumo di pini intenso, quassù. L’acqua rinfresca la sete disseccata dalla calura.

 

 

Scendo di quota e seguo una via a mezza costa, otto-novecentesca, appoggiata sull’orlo della densa cavea cittadina, dal volto diverso da quanto visto finora. Eleganti facciate decisamente nordiche si susseguono, tra cristalli, insegne, zampilli di fontane, turisti cinesi simpatici in fermate d’autobus di vetro, che mi dicono “ciao, friend“.

 

 

Nei pressi del Palazzo Ducale, vado in cerca di un altro luogo di potere antico e oggi più nascosto, se non recuperando la logica della sua collocazione urbana. San Matteo, una piazza dal paramento ancora bicromo, che mi colpisce moltissimo per l’unitarietà dei suoi prospetti e della sua ispirazione, per la continuità del suo manifesto, sobrio ed elegantissimo potere marinaro. Quasi una piazza privata della famiglia Doria, che ha mantenuto la sua impronta duecentesca, fulgida di arcate bianche e nere, bifore, capitelli dai serpenti salomonici.

 

 

Anche qui sul fronte ritrovo iscrizioni incise sui corsi di pietra bianca, diversi nel contenuto da quelli pisani, ma secondo il medesimo uso tirrenico. Le liste bianche cantano le gesta dei Doria, posate come spuma sul mare delle liste nere, silenti, in pietra di Promontorio.

 

 

Un sarcofago romano con un’allegoria d’autunno, incastonato in facciata, sottolinea l’ingresso della luce dalla monofora destra. Sepoltura di Lamba Doria, proviene da Curzola, l’isola dalmata, in quanto trofeo della battaglia da lui vinta sulla flotta veneziana.

Basta questa traccia, tra le onde bicrome della pietra, a ridisegnare una geografia mediterranea, a far risuonare l’aria di un clangore di burrasca lontana, a rimettere in relazione questo invaso spaziale idealizzato, di piazza quadrata e in bianco e nero, con l’isola adriatica ricoperta da tetti rossi a lisca di pesce.

 

 

Ammetto che vivendo nella Serenissima città lagunare, immerso in una storiografia Venezia-centrica, scostare i veli della Superba avversaria genovese è una parziale riscoperta di prospettive altre.

La lunetta del portale è mosaicata secondo un gusto romanico quasi antiquario ante-litteram; mi ricorda anch’esso esempi che ho osservato lungo tutta la costa tirrenica.

 

 

All’interno il santuario è una fusione di ogive e volumi medievali rivestiti da superfici di epoche seguenti che, bagnate da una luce marina, non appaiono come superfetazioni, ma trasmettono un’idea di continuità.

Due arche contengono le reliquie dei Santi patroni di Cittanova, anch’esse trasportate qui dall’Istria nel 1381, data che mi sembra in relazione con la fine della guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Stiamo ancora galleggiando sulle acque verde chiaro dell’Adriatico.

 

 

Un’altra presenza mi fa proseguire questo periplo ideale, passando per lo Jonio e per lo Stretto: le sculture dell’abside e del presbiterio sono opera del Montorsoli. Mi ritrovo istantaneamente nella cara Messina, rivedendo le familiari quanto meravigliose fontane di Orione e di Nettuno da lui scolpite.

Flussi d’acque dolci e marine, di marmo e di mito, che si dispiegano lungo tutto l’arco tirrenico, da un capo all’altro e dall’alfa all’omega, da Messina a Genova, di porto in porto.

 

 

Si conserva qui anche la spada di Andrea Doria, il grande ammiraglio della Repubblica genovese, simbolo stavolta, purtroppo, di scontri epocali cinquecenteschi con l’altra metà del Mediterraneo Ottomano.

 

 

È vero che, altrettanto spesso rispetto all’interrelazione di scambi pacifici, il nostro mare comune è stato teatro di conflitto, ma inizio a leggere quest’alternanza sempre più come un’ambivalenza congenita, legata a due tempi diversi nello stesso spazio collettivo: l’uno a sinusoide e ciclico, con picchi di barbarie, l’altro indifferente alla contingenza politica, lentissimo, resiliente, legato al minuto dialogare dei popoli e alla loro secolare viandanza, all’intero e vasto respiro delle culture, ai moti costanti delle correnti marine.

 

 

Inizio ad accusare seriamente la stanchezza. Allucinato, scivolo sulle cromie e sulle tarsie del Duomo.

Luci e ombre del meriggiare ammorbidiscono i marmi provenienti da tutto il Mediterraneo, le pudiche colonne tortili, la ghiaia di spiagge lontane geometrizzanti in forma di tessere lapidee, il ricchissimo firmamento di stelle tirreniche, fiorite in petali dai contorni normanni, maltesi, gerosolimitani, qui, all’incrocio dei mari e dei cieli del settentrione e del meridione, dell’occidente e dell’oriente.

 

 

Mi addentro nella città vecchia.

Cammino tra pescivendole italo-genovesi, fiere e sorridenti, e fruttivendoli italo-bangladini e italo-peruviani, tra cataste di lucume al suono di radioline orientali.

Entro in un panificio e domando una focaccia alla cipolla a un signore che sonnecchiava ma sorride gentile, mi scuso mentre si desta, era assopito nell’incavo della propria mano come un anziano angioletto. È un momento sospeso nel delicato profumo di pane, dimenticato il mondo. Per occhi acquosi, naso e frangia canuta, questo signore buono somiglia molto a De Andrè.

 

 

Rinfrancato dalla focaccia, risalgo per i vicoli pulsanti del quartiere Molo. Qui tutto è “carico di sale, gonfio di odori”. Un’arcata ogivale su colonne mi riporta con la mente ai sotoporteghi della medina di Tunisi, unica differenza le colonne, lì di spolio, qui bicrome; ma altrettanto consunte, metabolizzate lentamente dalla città e dal suo tempo lungo, fatto di durata.

 

 

Scopro una chiesetta, compressa quasi in un’interstizio urbano tra case dense, dedicata a San Cosimo, romanica. La nera pietra di Promontorio la comprime ulteriormente. Non manca nemmeno qui un particolare squisitamente tirrenico, che dialoga con altre latitudini più a sud: una piccola teoria di stelle romaniche, in granito rosso e verde, sull’architrave.

 

 

 

Mi arrampico ancora, alla ricerca della torre che avevo scorto dal belvedere e che sulla mappa è segnata come Torre degli Embriaci. Questo nome ha immediatamente per me un significato particolare. L’ho già sentito tempo fa e molto lontano da qui, mentre ero affacciato da un’altra torre costruita dai Crociati a strapiombo sul mare, stavolta fenicio.

Gli Embriaci furono nel medioevo i signori di Gibello, odierna Jbeil in Libano, all’epoca una cittadella fortificata cresciuta sulle rovine archeologiche di Byblos, il cui porto fenicio si apre sull’orizzonte d’oro del Mediterraneo, lì dove tutto ha inizio.

Frugando tra i vicoli, finalmente scorgo la torre, emozionato. È incastonata in uno spazio compresso ma concettualmente dilatato fino al Vicino Oriente. Si slancia, sottile e altissima, silente, fino a toccare il cielo di una rondine che migra. Sorrido, naso all’insù.

 

 

Seguendo l’acciottolato, negli immediati pressi trovo un particolare sbalorditivo perché mi appare del tutto fuori luogo – o al contrario, fin troppo coerente con i miei pensieri. La chiesa di Santa Maria del Castello ha scelto, come pietra angolare, una colonnina che mi sembra islamica per fattura, profilo e collarino… o forse amalfitana a imitazione orientale? Sembra perfino di marmo egeo. Farò una ricerca al ritorno.

 

 

Anche l’interno è interessante, la pietra di Promontorio contrasta con la teoria di altari bianchi rinascimentali delle cappelle, consueta nelle chiese negli empori marinari genovesi quanto veneziani, sulle coste che si protendono verso oriente.

 

 

In cima alla collina, mi intrufolo tra i resti del castello, in un area che un cartello definisce archeologica. Da qualche parte una voce mi rivolge allegramente un “ciao”, è una ragazza che fa yoga in un angolo. Sorrido e la saluto, fotografo un surreale tappetino per gli esercizi ai piedi delle paraste in rovina e proseguo lungo viottoli acciottolati.

 

 

Dalle finestre pendono tessuti orientali, simili ai drappi di un tempo nella città mercantile. Attraverso le imposte aperte per l’estate si sentono suoni di stoviglie, lingue plurali, musiche arabe, in un paesaggio sonoro familiare quanto vitale.

 

 

Di ottimo umore, sceso dalla collina, seguo una via in penombra per l’altezza delle case, brulicante di vita genovese. Curioso, entro in un piccolissimo bar con la scritta a mano “caffè corretto” e domando come si faccia da queste parti, quale sia l’usanza per correggerlo. “Alla sambuca, naturalmente!”, mi risponde il vecchietto versandomi un goccio di caffè in un bicchierino traboccante di sambuca.

Qui, nel cuore della città vecchia dove il sole “non dà i suoi raggi”, sono circondato da un gruppetto di genovesi misti: tre vecchietti dal naso rosso e un sudamericano che baruffa allegramente, per metà in dialetto locale, a proposito della partita dell’Argentina.

 

 

Con la necessità di mangiare ancora qualcosa, entro in una bottega in via del Canneto lungo, dove mi siedo al bancone per riposare un po’ e assisto a una sequenza di scene meravigliose.

Un signore, che avevo atteso salire gli scalini d’ingresso prima di me, ha la parola e i movimenti più lenti. La signora della gastronomia, restando leggera, conversa con lui, sconosciuto, con toni squisiti. Alla fine, vedendolo in difficoltà mentre fruga con dita pazienti nel portamonete, lo lascia andar via senza pagare nulla.

Una scena analoga si ripete con un ragazzo africano, al quale mette in mano un po’ di pane senza chiedere nulla, con un sorriso aperto.

Seguono conversazioni cantilenanti con delle signore locali, metà in italiano e metà in genovese, a proposito della pasta fresca da scegliere.

Rimasto solo io, iniziamo a conversare con la signora A., le racconto che sono siciliano, vivo a Venezia, le parlo del viaggio attraverso i porti aperti e di come stia ritrovando una Genova straordinaria, un porto di umanità. Esaltata per il viaggio, che le appare stupendo, mentre parliamo mi riempie un piatto con una cascata di acciughe fritte: “queste a Venezia non si trovano!”, dice ammiccando all’antica rivalità; e in effetti è vero. Prima di tutto sono acciughe e non sardoni; in secono luogo, sono impanate e fritte con uovo e prezzemolo, come sul mio versante della Sicilia, secondo la stessa ricetta tirrenica, rispetto a quella adriatica che apprezzo di solito. Le assaporo mentre chiacchieriamo di politica e pescetti, avvolto in quest’atmosfera familiare.

Alla fine, in cassa, non avendo il resto, decide di offrirmi sorridendo le acciughe, generosa. Le prometto che, per ricambiare questo dono, una volta finito di scrivere il libro del presente reportage le invierò una copia per posta. Uscendo, con il cuore leggero, annoto l’indirizzo sul taccuino.

 

 

Mi soffermo in alcune piazzette mercantili. Anziane con cagnoloni si stagliano su saracinesche di palazzi dipinti, sotto edicole di Madonne pacifiche.

Bambini di ogni origine, mescolati, giocano sotto Nettuni e teste leonine, si rincorrono nei caruggi tra le botteghe multiculturali, si caricano sulle spalle fratelli e sorelle dagli occhi di taglio diverso, mangiano gelati sotto prospettive romaniche.

 

 

Scendendo, sbuco nuovamente sul fronte mare. Alzando gli occhi a un angolo di strade, mi ritrovo davanti l’insegna di Vico Gibello. Dopo essermi affacciato dal donjon di Byblos, ed essermi ricongiunto poco fa con la torre degli Embriaci,  eccomi catapultato nuovamente all’altro capo del mare, pur nel porto di Genova. Sorpreso ed emozionato, sorridendo mormoro “ho appena chiuso il cerchio del Mediterraneo”.

 

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(Testi e foto di G. Asmundo)