302 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 11 // Da Genova pubblica a Milano mediterranea

 

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22.06.2018

Genova

Mi riaffaccio sulla ripa del Porto Antico. Il waterfront è indubbiamente uno spazio pubblico esemplare per la sua riconquista e riqualificazione, progettualmente articolato, capace di caratterizzarsi come luogo ed essere trasversalmente e democraticamente vissuto.

Costeggio la pietra consunta dei portici di Sottoripa, considerato il più antico porticato pubblico d’Italia. Un tempo quasi lambiti dal mare, con i loro archi di pietra massicci ed erosi dal tempo sembrano emergere come le ossa stesse, dinosaure, della città.

Camminando sotto le volte e i costoloni, viaggio nel tempo osservando le botteghe, i magazzini, il brulicare operoso dei camalli, il caricamento di mercanzie di ogni sorta e provenienza, rivolte oltremare. La visione si sovrappone, con continuità, a un presente altrettanto vitale: il percorso è un’altra arteria pulsante della città multiculturale, un succedersi di negozi, friggitorie di pesce e take-away saporiti, gestiti da genovesi di origine italiana, indiana, africana, mesoamericana, maghrebina.

Seguendo a ritroso l’esterno del porticato, costeggio le palazzate dei sestieri del Molo e della Maddalena. Scorrendo con gli occhi la partitura dei prospetti, osservo il declinarsi genovese dell’idea di fondaco portuale, aperto a genti e commerci, dal particolare architettonico alla scala urbana, fino a quella geografica, in un dialogo di pieni e vuoti, di carico e scarico, di flussi di oggetti e persone, in un respiro che annulla ogni distanza, accostando dirimpetto tra loro i fronti mare di tutti i porti mediterranei, come in un’unica, estesa città portuale dal suono accordato.

Rientro tra le pieghe del tessuto urbano, da una delle vie che si irradiano dall’affaccio portuale. Una sosta in un caffè d’artisti, tra camerieri gentili e specchi liberty.

Risalgo per vichi e caruggi fino alla chiesa della Maddalena, in cui mi avvolge l’atmosfera soffusa di una straordinaria luce, ricca di malinconia, che sfonda il tamburo e scivola, radente come lama di pulviscolo, sulle cornici d’oro nella penombra barocca.

 

 

Risalgo ancora, fino all’arteria mercantile della città seicentesca, via Garibaldi, e alle strade limitrofe, ricostruendo il sistema spaziale degli elegantissimi Palazzi dei Rolli e della loro ospitalità pubblica, un’ideale urbanistico che è valso a Genova il riconoscimento di patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Mi riprometto, in futuro, di tornare a cercare i palazzi nascosti all’interno dei sestieri. Nel frattempo, assaporo scaloni monumentali, cortili, giardini, balconate.

Osservo la luce spostarsi lentamente sulle erme di Palazzo Nicolosi, sulle facciate di Palazzo Bianco e Rosso.

 

 

Resto incantato da una corte disegnata da un ninfeo scolpito e una palma che mi rimandano ad altre latitudini.

In un cortile laterale, dal selciato simile a masegni veneziani, un antiquario espone un pastiche mediterraneo con teste di mori, ferro battuto, busti all’antica.

Leggo su un muro una scritta che ho visto identica in un’altra antica repubblica marinara un anno fa: “pensati libero”.

Nonostante la prossimità al solstizio d’estate, la giornata volge al termine per necessità. Mentre la luce discende la china del teatro-porto collettivo genovese, corro a perdifiato fino all’ultimo treno utile in partenza per Milano.

 

 

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In treno, una ragazza gentilissima si offre di cedermi il posto senza fretta, dal momento che scenderà a una fermata suburbana. Di questa intensa esperienza attraverso l’umanità e l’apertura del porto genovese, serbo il senso di una tangibile generosità diffusa.

Il viaggio procede guardando dal finestrino e continuando a scrivere sul taccuino, per non perdere traccia dei molti dettagli.

A un tratto alzo gli occhi dalla pagina e il signore seduto di fronte a me non riesce a trattenere un profluvio di parole. È un agente di cambio in pensione palermitano-milanese, la cui parlantina mi accompagna per una parte del viaggio.

Il Ticino è luccicante come uno specchio d’oro e argento fusi, nel tramonto ormai radente.

Mi sforzo e riesco a scorgere la Certosa di Pavia, in un angolo di pianura che mi appare intonsa, mentre il bruno degli alberi sfiora il manto viola e indaco del crepuscolo.

 

 

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Milano

Mi ritrovo a nella grande metropoli del nord, cambiando immediatamente ritmo rispetto al sapore di lentezza genovese. La metro mi catapulta fino al quartiere d’appuntamento con il mio amico C. Ci abbracciamo e raggiungiamo dei suoi amici per una piacevole serata intorno a un calice, all’insegna di una citazione sul muro, attribuita a Baudelaire, sull’ubriacarsi di vino, poesia o virtù.

La compagnia, costituita da una decina di persone, è molto varia. Veniamo tutti da regioni diverse dell’intera penisola e dalle isole. Tutti attirati qui dalle opportunità di lavoro, molti in attesa di salpare per altri lidi quando sarà possibile. Tutto tende a rafforzare un’idea che mi frulla in testa da tempo, la visione di Milano come un porto della contemporaneità.

Bevendo vino rosso su pane e finocchiona, ascolto con piacere le diverse storie dei ragazzi e ragazze presenti. Parlando del mio viaggio e dei territori attraversati oggi, un musicista di Bobbio mi racconta del piffero delle Quattro Province, che mi affascina non poco. Scopro che si tratta di una geografia musicale e danzante nata – e incredibilmente conservatasi – a un crocevia di strade intrecciatesi nel tempo e nello spazio: la via romana Postumia, che conoscevo ad Aquileia ma non ricordavo giungesse fino a Genova; la Francigena, itinerario dei pellegrini dalla Francia alla Terrasanta; la via longobarda degli Abati o Francigena di montagna, da Bobbio a Pavia; una via del sale dalla Liguria all’entroterra padano. Mi racconta che ormai sono meno di dieci i musicisti che mantengono vivo questo patrimonio.

Alla fine della lunga e piacevole serata, con l’impressione di aver viaggiato attraverso un millennio, scivolo in un sonno ristoratore.

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23.06.2018

Il risveglio è disegnato da un raggio di sole. Attraversiamo a piedi la città e i reciproci racconti, fino a ritrovare altri cari amici, C. ed M., tutti a Milano per ragioni legate al pulsare vitale del “porto”. Camminiamo lungo la Darsena riqualificata e i Navigli che ho visto tanto trasformarsi nell’ultimo quindicennio. Pranziamo in un locale greco, con ottimi gyros, keftedes, choriatiki.

L’acqua verde del Naviglio grande è trasparente e rapida, ricca di pesci. Una delle rive ospita un mercato temporaneo piacevolmente multiculturale. Un burchiello sorregge un surreale megaschermo con video-cooking, di fronte ad altrettanto surreali tende da mare per riparare i banchetti dal sole.

 

 

Facciamo un giro dentro uno spazio espositivo ricavato in un’antica alzaia, in cui una mostra ospita un’incisione che mi colpisce per la scritta “Milano mediterranea”. L’autore, che sulla didascalia leggo essere Gigi Pedroli, ha una visione campanelliana e marittima della città che trovo davvero affine all’idea di Milano porto contemporaneo su cui sto riflettendo in questo periodo. E mi sembra una bella immagine per continuare a chiudere simbolicamente il cerchio di questa parte del periplo dei porti aperti.

 

 

In metropolitana, di fronte a me, una scena meravigliosa. Una bambina italo-asiatica e una italo-africana sedute accanto giocano, scambiano braccialetti, si mettono collanine a vicenda, ridono, cantano, battono le mani, ridono ancora, si abbracciano.

Tutti, intorno, vengono contagiati da tanta vita e ilarità, finché anche i più seriosi in giacca grigia e foulard, appesi alle maniglie del vagone, scoprono un angolino di denti per sorridere.

Adoro questa Italia.

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Il viaggio di ritorno verso il Veneto vola, scrivendo e annotando fitte pagine di taccuino.

A Padova faccio una sosta per incontrare gli amici M. e D., ai quali racconto il lungo viaggio attraverso tante città e umanità, attorcigliando storie, con gli occhi colmi di scene rinfrancanti di accoglienza e quotidiano, spontaneo dialogo.

 

 

A un tratto, sentiamo suonare il piano della stazione in modo straordinario. Ci avviciniamo, mentre il potere della musica raccoglie una piccola folla da tutti i continenti, spontanea, per ascoltare una giovane e timida pianista padovana-cinese.

Anche la musica, penso fra me, rimane uno dei linguaggi più immediati per la costruzione di un piano d’appoggio comune per l’interazione tra persone in uno spazio collettivo, bisognerà farne tesoro in questi prossimi tempi, che dovremo provare a schiarire.

Al termine dell’ultima nota, ancora sospesa nell’aria, un applauso fragoroso, liberatorio, prorompe dalla piccola folla senza differenze, fatta di persone fianco a fianco che si riscoprono sorridere le une alle altre e parlarsi in italiano e inglese, senza più alcuna barriera.

Giunge così il tempo di ripartire e, soprattutto, iniziare a raccontare.

 

Fine capitolo undicesimo

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(Testi e foto di G. Asmundo)