303 // Dai confini di vetro alla vicinanza. Tra Egeo e laguna veneta

 

Nella città del nordest, 9 marzo 2020

Dovremmo chiedere insieme, ancora e sempre, alle Istituzioni europee maggiore coerenza con i propri dettami di sostenibilità e inclusione. Chiedere corridoi umanitari, prese di posizione serie per la pace e contro le guerre, risposte politiche strutturali ai flussi migratori.

Come cittadini europei non possiamo accettare, da parte di chi ci rappresenta democraticamente, scelte quali la sospensione dello status di rifugiato, i respingimenti armati, la totale chiusura dei confini esterni di fronte a delle crisi umanitarie – in cui abbiamo, peraltro, alcune responsabilità collettive, attraverso i nostri governanti nazionali ed europei – continuando a delocalizzare i problemi nello spazio o rimandarli nel tempo.

Sui fili spinati e sulle onde ci sono persone, non numeri, e le ricadute delle scelte politiche mancate o conservatrici continuano ad avvenire sulla pelle di esseri umani.
Libero il mare, libera la terra. Trasformando le barriere in terreni comuni, la distanza in umana vicinanza.

Rivolgiamo un appello per un rinnovamento di paradigma tanto sostanziale quanto in apparenza semplice e immediato: questa terra non ci appartiene come individui, ma le apparteniamo come collettività.

Dovremmo concepirla come un bene comune, poiché non quantificabile e necessaria alla sopravvivenza della biodiversità; e al tempo stesso un bene inestimabile, poiché si tratta, in una visione olistica, di una risorsa complessa non riproducibile.
Di conseguenza, dovremmo riconsiderare il nostro rapporto con lo spazio finito della “navicella spaziale in forma di pianeta”(1) che ci ospita. Non più in termini termodinamici, ma in primo luogo fortemente relazionali, che sostituiscano le attuali pretese di dominio della realtà fenomenica, discendenti dalla concezione di un homo faber che continui a calpestare una presunta griglia di coordinate cartesiane.
In secondo luogo, oltrepassando quella che appare un’ossimorica individualità sociale, costruita sulle braci del neoliberismo dagli attuali sistemi socioeconomici, politici e culturali allo scopo di controllare spazio e risorse, per approdare a un’idea più piena di collettività o somma di collettività.

Dovremmo superare l’attuale illusione relativista di potere delimitare la relazione con il nostro spazio fisico/virtuale a un hic et nunc del tutto svincolato, ridotto spazialmente alla frequentazione di nonluoghi e temporalmente alla concezione del solo presente. Perché se è vero che tale istanza in fondo combacia con un’umana quanto effimera contingenza, essa reca con sé un rischio eccessivo di pulsioni egoistiche.

Sarebbe necessario per questo provare a capovolgere – o quantomeno cercarne uno slittamento in termini di diritto – il senso occidentale di proprietà e di possesso dello spazio in un senso di appartenenza a qualcosa di cui avere cura.
Al tempo stesso, provare a ricomporre l’entropia dei legami ribaltando i muri di vetro interpersonali, generati dall’egotismo indotto, in compartecipazione, contatto umano, responsabilità sociale.

In questa prospettiva, non esisterebbe più alcuna lontananza tra individui, ma solo una distanza fisica tra persone, oltrepassabile grazie alla conversione di un’idea di confine in un’altra di gradualità, quindi della distanza in vicinanza e infine dell’alterità in prossimità.

Si accetterebbe così di porsi l’obiettivo condiviso, a breve e lungo termine, di una reale parità dei diritti di ognuno, nell’orizzonte aperto di una terra in comune, popolata da un’unica collettività plurale.

Sarà un mondo che vedremo sorgere.

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(1) L’espressione è tratta, parafrasandola, da Kenneth E. Boulding, The Economics of the Coming Spaceship Earth, in H. Jarrett, a cura di, Environmental Quality in a Growing Economy, Baltimore, MD: Resources for the Future/Johns Hopkins University Press., 1966, pp. 3-14.

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(Articolo e foto di G. Asmundo)