322 // Europe around the borders (2) // Il tassista di Melilla // Fotografie e racconto dal reportage di Ivano Di Maria e Marco Truzzi

Melilla - Spagna - vicino al check point di Beni Ensar

Melilla – Spagna – vicino al check point di Beni Ensar

 

Per gentile concessione degli autori, che ringrazio di cuore, inizio oggi a pubblicare una serie di straordinari micro-reportage tratti dal catalogo della mostra “Europe around the borders”, progetto di Ivano Di Maria (fotografo) e Marco Truzzi (giornalista), durato due anni attraversando quasi ventimila chilometri per analizzare i confini europei, presentato nel precedente articolo (a questo link).
Buona lettura e visione.
G. Asmundo

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Il tassista di Melilla

A Melilla piove. In cielo, le nuvole sono biancastre, esattamente come il mare. Non ce lo saremmo aspettati, così come, a giudicare dalle loro espressioni, non se l’aspettava nessuno dei nostri compagni di viaggio sul volo Airnostrum, proveniente da Madrid, mentre tocchiamo terra nel minuscolo aeroporto di questa enclave spagnola affacciata sul Mediterraneo.

Melilla, insieme alla sua gemella Ceuta, da cui dista circa 200 chilometri, appartiene alla Spagna dal XV secolo. Conta circa 70mila abitanti dediti principalmente a due attività: la pesca e l’attraversamento della frontiera.

Il confine a Melilla è qualcosa di estremamente tangibile: una doppia barriera metallica, alta da tre a sei metri e lunga circa 12 chilometri.

“Perché siete venuti qui?”, chiede Moustafà, mentre guida come un pazzo il suo taxi – una vecchia Mercedes gialla – nel traffico cittadino. Cerchiamo di mantenerci in equilibrio sul seggiolino posteriore, mentre la macchina evita d’un pelo alcuni crocchi di persone intente a discutere pericolosamente in mezzo alla strada.

“Turismo, solo turismo”, risponde Ivano.

Moustafà ci guarda in silenzio dallo specchietto retrovisore, allargando un sorriso sporco da sotto un accenno di baffi neri. Dieci minuti dopo inchioda la macchina con due ruote sopra il marciapiede, proprio davanti all’hotel.

“Non si viene a Melilla per turismo”, dice mentre aiuta a scaricare gli zaini.

“E allora per cosa si viene a Melilla?”, gli chiedo.

“Biz. Occasions… En Melilla il est juste d’affaires”.

A Melilla si viene solo per affari. Lo ripete un paio di volte. Ci lascia un biglietto da visita. C’è un numero di cellulare. Dice di chiamarlo, per ogni cosa.

La camera è ordinata. Il wifi però non funziona. Si perde la connessione ogni due-tre minuti.

Perché siamo venuti a Melilla? A Moustafà sarebbe stato troppo difficile rispondere. Invece è il non-detto fondamentale. Siamo venuti a Melilla perché le cose stanno cambiando, velocemente.

Siamo venuti a Melilla per capire cosa siamo e a che punto siamo con il nostro lavoro.

Quando abbiamo iniziato, alcuni mesi prima, volevamo lavorare sul tema delle frontiere perdute. L’occasione era propizia, alla vigilia del centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Ivano aveva già scattato qualche foto a Tarvisio, ritrovando – lui, originario di Udine, che tante volte da ragazzo aveva attraversato quella stessa frontiera affollata nei sabato pomeriggio per andare ad acquistare la benzina in Jugoslavia – i vecchi locali della dogana in completo stato d’abbandono. Non è rimasto nulla di quegli anni, se non porte socchiuse, sedie mal accatastate, sporcizia e senso di solitudine. Trent’anni fa quella linea segnava il passaggio da un mondo all’altro. E cent’anni prima, su quelle stesse montagne che silenziose osservano lo scorrere del Tagliamento, un’intera generazione fu mandata a farsi a pezzi nel nome di ideali che s’incarnavano spesso con poche centinaia di metri di confine.

Quello, dunque, era il senso del nostro lavoro: documentare in senso postmoderno la fine delle frontiere europee. Ma la guerra in Siria ha scompaginato le carte in tavola, diventando il pretesto per il Grande Ritorno dei Confini.

Siamo venuti a Melilla perché una delle prime rotte dei profughi per entrare in Europa passa di qui.

Siamo venuti a Melilla per vedere, riconoscere il mutamento sostanziale del nostro progetto.

A Melilla i profughi siriani, in fuga dalla guerra, attraverso un cammino lunghissimo e pericoloso e pagando cifre altissime di trasporto e passaggio a frontalieri corrotti e mercanti di vite, aumenta oggi la pressione di migliaia di altri migranti, quelli storici, provenienti dall’Africa subsahariana. Negli ultimi tempi le forze di sicurezza marocchine e spagnole hanno messo in atto forti misure di repressione verso ogni tipo di immigrazione clandestina.

Ma a Melilla ogni cosa è clandestina. Se così non fosse, non potrebbe nemmeno esistere l’idea di una città blindata, una città europea fuori dall’Europa.

 

Melilla - Spagna - check point di Barrio Chino

Melilla – Spagna – check point di Barrio Chino

 

Il giorno dopo non piove più.

Chiamiamo Moustafà e gli chiediamo di accompagnarci alla frontiera.

“Niente turismo, oggi?”, commenta, sornione. Decide lui dove andare. Ci scarica in un punto del confine apparentemente isolato. Ci sono le reti e ci sono i pali che sorreggono le telecamere. Si sente il soffio del vento e nient’altro.

Gli chiediamo dei profughi.

“Non ci sono profughi a Melilla”, risponde sicuro. Lo guardiamo storto mentre trattiamo la sua disponibilità a venirci a prendere “in qualunque momento” della giornata – il che per lui significa una discreta cifra. Indica un punto verso est.

“Il Barrio Chino, il checkpoint. Oggi è la giornata giusta, andate. Vedrete delle cose interessanti”.

“Ma non puoi accompagnarci tu?”

“Non ci penso nemmeno… Chiamatemi solo quando avete bisogno”.

Moustafà gira la macchina in direzione della città, da dove siamo leggermente saliti, rispetto al mare. Noi ci incamminiamo nella direzione che ci ha indicato.

La strada costeggia il reticolato. L’Africa è lì, a pochi centimetri. Svoltiamo leggermente sulla destra, al di là di un piccolo promontorio. Fa molto caldo.

E improvvisamente siamo investiti dal rumore.

È una specie di boato, un lussureggiante rimescolio di voci e suoni. Noi siamo in alto, rispetto al Barrio Chino. Che è laggiù, di fronte, e brulica di una vita inaspettata.

 

Melilla - Spagna - check point di Barrio Chino

Melilla – Spagna – check point di Barrio Chino

 

Ivano estrae la Nikon. Io lo precedo di qualche passo e ci avviciniamo. Ci sono persone appese al reticolato, che cercano di passare dall’altra parte. Altre che si ammassano al varco sorvegliato dall’esercito. Ci sono uomini e donne, anziani e bambini, in una situazione convulsa di gente che si ammassa avendo come unico obiettivo il desiderio di passare. Sulle spalle hanno enormi sacchi di forme varie. Alcuni rotolano pesanti gomme da camion, avvolte in teli bianchi.

“Sono i migranti”, penso, mentre sento la raffica di click di Ivano perdersi nella folla.

“No, non sono migranti”, dice invece un poliziotto, uno di quelli che ci ferma.

In poche centinaia di metri veniamo fermati e controllati tre volte. La gendarmeria spagnola esamina con attenzione i nostri documenti e siccome con loro non reggerebbe la nostra identità di “turisti”, confessiamo di essere giornalisti italiani. Pare ci sia anche una troupe della Rai, in circolazione. Ce l’hanno detto anche la sera precedente, in hotel. Ma noi non siamo la Rai. E quelli non sono migranti. I migranti, soprattutto quelli siriani, vengono intercettati molto prima di Melilla, dall’esercito marocchino, alla frontiera con l’Algeria. Alcuni di loro riescono poi a confondersi ugualmente in mezzo alla moltitudine che popola il checkpoint, ma non sono la maggioranza.

Ogni settimana, per due o tre giorni, il muro è preso d’assalto dai commercianti. Trasportano enormi quantità di mercanzia da un lato all’altro del confine generando, per conto di ricchi notabili marocchini, il contrabando (o “commercio atipico”) che non è altro che una tollerata forma di migrazione. Imballano le loro cose in modo da non perderle lungo la ripida salita che conduce al Barrio e poi la fanno passare in Spagna, consegnandola nelle mani di altri intermediari o acquirenti. E viceversa. Spesso, nei loro imballi – assurdamente sproporzionati rispetto a loro stessi e alla loro capacità di trasporto – infilano gran parte della loro vita, perché hanno investito tutto nell’acquisto di quelle merci e un affare sbagliato può significare un dramma.

 

Melilla - Spagna - check point di Barrio Chino

Melilla – Spagna – check point di Barrio Chino

 

Rimaniamo a osservare quell’assurdo mercato. Assurdo perché in realtà non c’è un motivo preciso per cui alcuni ce la fanno e altri no, perché i gendarmi ne facciano passare un certo numero, prima di fermarne e rimandarne indietro dieci di fila, per esempio. Sembra che tutto avvenga per pura casualità, ma in realtà anche questo traffico è regolato da norme che sfuggono agli occhi distratti di chi è capitato lì quasi per caso, in un giorno di sole, all’inizio di aprile.

“Facciamo lo stesso lavoro, loro trasportano cose, io trasporto persone”, sottolinea malizioso Moustafà, mentre ci riporta all’hotel.

“Sì, ma tu non ti muovi da qui”, gli rispondo.

“Siete turisti, no?”, ribatte lui, stizzito. “E allora fate i turisti. Domani potrete andare al mare, domani non ci sarà più niente”.

 

Melilla - Spagna - check point di Barrio Chino

Melilla – Spagna – check point di Barrio Chino

 

Il giorno dopo torniamo a piedi al Barrio, ma Moustafà ha ragione. Non c’è più nulla. Dell’incredibile assembramento del giorno prima rimangono solo le cartacce, prese d’assalto dai gabbiani.

C’è anche la troupe della Rai. Loro non hanno trovato quello che stavano cercando. Il Mediterraneo, laggiù in fondo, sembra accusarci di qualcosa. Il Mediterraneo, mare di incontro e scambio di popoli e genti, non è più considerato una frontiera sicura. La gente muore, cercando di attraversarlo.

Forse è davvero meglio fermarsi a Melilla, cercando di sopravvivere con il contrabando.

“Io trasporto persone”, ci ha detto Moustafà.

Sono parole che ci tornano in mente in questo momento, mentre il mare spuma sulle rocce.

Forse capiamo solo adesso cosa voleva dire.

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Testo di Marco Truzzi, fotografie di Ivano Di Maria

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(Nota introduttiva a cura di G. Asmundo. Testi e le foto del progetto “Europe around the borders” copyright di Ivano Di Maria e Marco Truzzi, per gentile concessione degli autori)

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