323 // Venti di scirocco 5 // Il grano e i sepolcri, di Lucia Guidorizzi

 

Se il grano non muore…

Ci sono miti e riti ancestrali che quando ritroviamo ancora viventi ci colmano di emozione e di riconoscenza per il rinnovarsi perpetuo e circolare del tempo mitico che surclassa quello ordinario e temporale che invece procede solo in linea retta.

La loro presenza che viene da un tempo remoto è un balsamo ed una risposta alle incertezze della contemporaneità.

L’anno scorso a Pasqua ho visitato la Basilicata, una regione splendida e dimenticata, pregna di tracce e antiche testimonianze che mi hanno parlato in profondità.  Ho percorso un territorio bellissimo e per molti aspetti  intatto, in cui si sente ancora il respiro di presenze divine. Nel visitare le chiese lucane mi ha molto emozionato ritrovare la presenza di quelli che nel Sud Italia sono chiamati Sepolcri. Si tratta di un rito antichissimo, che ha origini precristiane.

Durante le settimane di Quaresima vengono fatte germogliare al buio sementi che assumono, in assenza di luce un color giallo pallido, a causa della mancanza di luce e che, in occasione della Pasqua, sono esposte sugli altari delle chiese, in piccoli vasi o cestini ed hanno una funzione beneaugurante. Ci parlano di morte e di resurrezione.

Questa consuetudine si ricollega agli antichissimi Misteri Eleusini che appunto si sviluppano intorno al mistero della sepoltura e della rinascita. Non è un caso che il rito dei Sepolcri sia ancora presente proprio nelle antiche terre frumentarie del Sud, dove si sente ancora fortemente la traccia del mito del ratto di Persefone.

Persefone, figlia di Demetra, la dea della terra e delle messi, è rapita da Plutone, il dio degli Inferi, che la conduce nel suo reame d’oscurità. La madre, distrutta dal dolore di questa perdita, si mette in cammino per ritrovarla e dopo una serie di peripezie discende nell’Oltretomba e riesce a convincere Plutone a restituirle la figlia però ad un patto: Persefone tornerà sulla terra qualora durante il suo soggiorno nell’Oltretomba non abbia toccato cibo. In realtà Persefone ha mangiato tre chicchi di melograno, che la legheranno per sempre al regno dei morti. Plutone e Demetra giungono ad  compromesso: per sei mesi l’anno la fanciulla rimarrà insieme al suo sposo a governare il regno degl’Inferi e per altri sei mesi tornerà sulla terra per riabbracciare la madre. Così Demetra, nel periodo in cui la figlia è lontana si rattrista e si spoglia dei suoi frutti, mentre quando Persefone torna da lei, fiorisce tutta e si rallegra.

Questo importantissimo mito che si sviluppa nella Magna Grecia è  legato alla ciclicità stagionale e raccontandoci l’alternanza di morte e rinascita indaga sui misteri legati alla vita stessa. Nel mondo antico questi temi legati al germogliare della terra li ritroviamo nel culto dei giardini di Adone di cui parla nell’omonimo libro Marcel Detienne (I Giardini di Adone, Einaudi, 1975), ma anche nell’antico Egitto dove si sviluppa intorno al mito di Osiride, divinità che muore e risorge, il cui culto è legato alle esondazioni del Nilo dal cui fango nero rinasce fertile la vita.

Mai come in questi giorni ho pensato al seme che germina nell’oscura tenebra sotterranea, al travaglio del suo disapparire, che lo traghetta verso una nuova forma che si apre in verdi lame alla luce.

Ho pensato anche a molti scrittori, artisti e poeti che hanno scelto deliberatamente l’autoreclusione, per poter esprimere al meglio la loro creatività artistica. Il lavoro che fa il seme recluso nella sua cripta di oscurità è un travaglio, che è lavoro e sofferenza al tempo stesso. Travaglio, sofferenza e lavoro sono parole contigue che illustrano come ogni crescita ed ogni trasformazione siano il prodotto di una perdita, di una morte inevitabile. Solo attraverso questo lavoro si può sperare in un’autentica rinascita. Molti dei muoiono e risorgono come Osiride, Attis, Adone, Sol Invictus, Mitra, Dioniso per arrivare infine a Cristo, indicandoci un percorso di rigenerazione. Essi adombrano l’immagine della spiga di grano, del tralcio d’uva e del loro ciclo vegetativo.

André Gide, scrive il suo romanzo autobiografico Se il grano non muore (1924) raccontando la difficile lotta intrapresa per diventare finalmente se stesso, accogliendo la propria omosessualità e liberandosi dai condizionamenti legati alla sua rigida educazione. Emblematica è la scelta per il titolo di una citazione tratta dal Vangelo di Giovanni “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.” Solo attraverso un lavoro oscuro, doloroso, difficile si potrà rinascere con una coscienza liberata e nuova.  Solo accogliendo questa condizione che non siamo abituati ad abitare, affrontando un travaglio serrato con noi stessi e i limiti imposti dalle circostanze. Impariamo da questi miti che molti artisti  hanno fatto propri vivendoli in prima persona morendo e rinascendo più e più volte per potersi esprimere autenticamente.

Lucia Guidorizzi