335 // Venti di scirocco (10) La perdita del congiuntivo

 

L’Accademia della Crusca si è pronunciata: la perdita del congiuntivo non è un dramma, ma solo il segno di una lingua che si evolve. Ma cosa si cela dietro questa benevola rassicurazione? Questo fenomeno in realtà attesta una trasformazione radicale del modo di pensare, dettata da una forma di appiattimento linguistico che rispecchia un appiattimento esistenziale. Penso che dietro a questa perdita ci sia una scelta sistematica e mirata, confermata anche dai numerosi articoli che minimizzano il fenomeno, considerandolo sotto una luce rassicurante, come un segno della vitalità del linguaggio. La perdita del congiuntivo invece segna il tramonto definitivo di una forma di pensiero. L’imperatore Giuliano l’Apostata, raffinato e nostalgico filosofo, scrisse nel IV secolo l’inno alla Grande Madre degli Dei, in un eroico quanto fallimentare tentativo di restaurare gli antichi culti, ormai soppiantati dal Cristianesimo. Il suo desiderio era quello di rendere giustizia alla tradizione dei Misteri Eleusini, che celebrava Cibele, la Pothnia Theròn in occasione degli equinozi di primavera e d’autunno, ma ormai non c’era più spazio per le antiche tradizioni e si andava perdendo quella capacità d’interrogare il simbolico addentrandosi lungo i sentieri della conoscenza segreta. Parimenti, ai nostri giorni, i cultori del congiuntivo sono considerati passatisti e irrisi, mentre politici e personaggi pubblici ormai hanno adottato l’indicativo come forma-pensiero dominante. La perdita del congiuntivo segna la fine dell’illusione, ma anche della capacità di congetturare, di immaginare.  Il congiuntivo viene cancellato dal pensiero lineare, privo di dubbi e d’ipotesi e il linguaggio si appiattisce e si semplifica, diventando meramente strumentale. Tramonta così la dimensione del desiderio. Il mondo dell’irrealtà sfuma e si fa strada un linguaggio manageriale, pragmatico, fortemente anglicizzato. Credo che questa neolingua, che si sta instaurando, sia fortemente artificiale, come quella di orwelliana memoria e che, liquidando la vecchia visione del mondo e dei vecchi modi di pensare, si entri in una dimensione priva di prospettiva e di complessità, in cui non è contemplata alcuna forma di dissenso o di eresia, ma solo una prona aderenza al dogma e all’omologazione. La perdita delle sfumature rende il linguaggio agile e funzionale, deprivandolo però di ogni aspetto creativo e divino. In questa Flatlandia della contemporaneità, i frutti che raccogliamo sono miseri, perché non c’è più posto per la terza dimensione e ancor meno per la quarta, della quinta poi non se ne parla proprio. Davanti a questo sconfortante piattume, supportato anche dal plauso di alcuni esimi linguisti, non si può che esercitare una forma di strenua resistenza al pari dell’imperatore Giuliano, che per il suo desiderio di ritrovare la complessità di un mondo perduto fu chiamato con l’appellativo dispregiativo di “Apostata”. Eppure Giuliano, a differenza di altri imperatori, non perseguitò mai i cristiani e fu aperto anche nei confronti di altre religioni e pur desiderando ricreare un mondo definitivamente tramontato era consapevole che alcune forme di esperienza erano finite per sempre. A scuola gli alunni che hanno disconosciuto l’uso del congiuntivo lo chiamano l’imperatore Giuliano la Prostata.

Lucia Guidorizzi