337 // Venti di scirocco (11) GIANNI DE MARTINO: irriducibile esploratore di pluriversi

(intervista a cura di Lucia Guidorizzi)

Definito da Fernanda Pivano “nato apposta per scrivere”, da Giuseppe Pontiggia “tra i pochi narratori veri” e da Corrado Augias “giocoliere della lingua, della parola”, Gianni De Martino, è stato cofondatore di “Mondo Beat”, ha diretto “Mandala. Quaderni d’oriente e d’occidente” e collaborato con “Pianeta Fresco”, “Alfabeta”, “Re Nudo”, “Il Mattino”, “L’erba voglio” e numerose altre riviste e giornali. Considerato uno degli iniziatori del movimento psichedelico, ha viaggiato a lungo tra il Marocco e l’India, vive e lavora a Milano come giornalista e saggista. Ha pubblicato numerosi libri tradotti in varie lingue, tra cui Hotel Oasis (1988) con prefazione di Pier Vittorio Tondelli (tradotto in francese per Editions Biliki, Bruxelles, 2008con una Postfazione di Alberto Moravia tratta da “Diario europeo), “Odori” (1997, 2006), “L’uomo che Gesù amava” (2004), “Viaggi e profumi” (2007), “Capelloni e ninfette” (2008). “Voglio vedere Dio in faccia: frammenti della prima controcultura“, a cura di Tobia D’Onofrio (2019),“Addio a Mogador” (2020). Ha curato “La cultura dell’harem: perversioni e marginalità sessuali nel Magreb” di Malek Chebel (1989, 2020), “Saggio sulla transe” di George Lapassade (1980), “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe” di George Lapassade (1997, 2020).

Qual è il tuo modo attuale di considerare le esperienze dell’Oltre che hanno caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta dello scorso Millennio? Cosa rimane di tutto quel bagaglio prezioso che la sistematica operazione di rimozione di quel periodo non sia riuscita a cancellare? 

G.D.M. Le esperienze dell’Oltre, come scrivo in Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura, derivavano dalle passioni sessantottine: il dadaismo, il fraternismo vissuto secondo un codice primordiale basato sull’inviolabilità dell’amicizia, il liberalismo libertario e libertino, e la passione dionisiaca. Esemplare, a tale proposito, fu l’esperienza hippie con l’LSD. Oggi c’è una ripresa d’interesse per questa sostanza, il cosiddetto Rinascimento psichedelico sui mezzi di informazione mainstream guidato dal nuovo libro del giornalista Michael Pollan How to Change Your Mind, che esplora i potenziali usi dell’Lsd e della psilocibina (l’ingrediente chiave dei funghi magici). In Italia l’attuale rinnovamento della psichedelia è testimoniato dalla ripresa delle pubblicazioni di “Altrove”, la rivista della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (SISSC), i lavori dell’etnobotanico Giorgio Samorini e La scommessa psichedelica, un libro a cura di Federico Di Vita pubblicato da Quodlibet nella collana Lavoro critico, in corso di ristampa. In questi giorni anche il quotidiano La Repubblica ha dedicato un numero del Venerdì alla psichedelia intitolato “L’allucinante Foucault”. Mi è toccato così rileggere il libro di Wade Foucault in California.  L’esperimento con l’LSD nel deserto con Simeon Wade accompagnato dal suo compagno e amante, il pianista Michael Stoneman, fece una grande impressione su Foucault: “L’unica cosa a cui posso paragonare questa esperienza nella mia vita è il sesso con uno sconosciuto”, si legge nel libro di Wade “Foucault in California”.Dopo essere tornato a Parigi, Foucault scrisse che l’esperienza psichedelica lo aveva portato a riscrivere interamente il primo volume della sua “Storia della sessualità”. Quella che i moderni chiamano “sessualità” non doveva più essere vista come una verità profonda da sbloccare dall’interno del nostro inconscio, come avrebbe voluto Freud, o da “confessare” come avviene nel cristianesimo, ma da porre nella serie di modi in cui gli esseri umani vedrebbero se stessi, si governerebbero e cercheranno di moderare, controllare o liberare, a seconda dei casi, ciò che vorrebbero considerare come piaceri, desideri o tentazioni della carne. In altre parole, l’LSD fu per lui una scorciatoia per frantumare e superare la strutturazione egotica dell’esperienza e quella categorizzante del pensiero fisso e contratto, e poter “pensare diversamente”, oltre il tetro e idiota spettacolo della cosiddetta normalità.

In che modo è possibile riuscire ancora ai giorni nostri ad “allargare l’area della coscienza” come raccomandava Allen Ginsberg? 

G,D.M. Più che allargare, alla ricerca di emozioni forti, in un mondo che già trabocca di emozioni, mi pare che il punto sia quello d’intensificare la coscienza. Non frammentando, ma integrando le facoltà di psiche in un centro.

Qual è il tuo rapporto tra vita e letteratura? Definisci l’atto dello scrivere, un lavoro sporco e canagliesco, una sorta di operazione a metà strada tra la magia nera ed un vampiresco contagio: racconta. 

G.D.M. Tra vita e letteratura c’è la stessa differenza tra una battaglia in campo aperto e una partita a scacchi. Occorre fare attenzione alle parole, non solo alle emozioni e ai sentimenti. Ne parlo come di un lavoro “sporco” perché per scrivere occorre isolarsi, sottrarre tempo ai lettori, un’operazione un po’ vampiresca.

Affermi che siamo sempre debitori degli autori che ci hanno preceduto: qual è il tuo rapporto con i fantasmi della scrittura? 

G.D.M. L’angoscia dell’influenza, il rendersi conto di non essere il Creatore, perché il vero Autore è la lingua.

Il tuo ultimo romanzo “Addio a Mogador” (2020) costituisce stilisticamente la continuazione di “Hotel Oasis” che hai scritto nel 1988: quali sono le affinità e le diversità presenti in questi due romanzi?

G.D.M. Credo di essere andato più in profondità.

Sei arrivato in Marocco il 2 Novembre del 1967, il giorno della Festa dei Morti e poi sei rimasto lì per otto anni: questo tempo trascorso Altrove è stato per te una sorta di catabasi iniziatica?

G.D.M. L’incontro con un altro mondo, un’altra lingua, un altro corpo può essere una sorta di catabasi iniziatica.

Qual era l’ambiente culturale in Marocco alla fine degli anni Sessanta? 

G.D.M. Il Paese aveva da poco ottenuta l’indipendenza e tra i giovani c’era molto fermento creativo e interesse per la riscoperta e valorizzazione delle proprie tradizioni letterarie, teatrali, musicali e pittoriche. Nascevano riviste come “Souffles” o “Integral”, rivista di arti plastiche e letterarie animata da Toni Maraini e Mohamed Melehi. La loro casa di Rue Rouget de l’Isle, a Casablanca, era frequentata da Tahar Ben Jelloun, allora agli esordi, da Moravia e da Pasolini.

A Essaouira incontri nel 1969 l’antropologo George Lapassade, ricordato per i suoi studi sulla “transe” di cui hai curato la pubblicazione in Italia di “Saggio sulla transe”. Recentemente è uscita anche la nuova edizione a tua cura di “Saggio sulla transe. Dallo sciamano al raver”.  Cosa è cambiato da allora nell’ambito delle esperienze estatiche e di possessione in Marocco e nel mondo? 

G.D.M. I riti di possessione nordafricani, come lo Stambeli tunisino e la Derdeba o “Lila” marocchina si sono folklorizzati, un po’ com’è accaduto in Puglia con il Tarantismo. Nel mondo, invece, più che a un Rinascimento psichedelico si assiste a un Revisionismo psichedelico basato sull’uso medico, terapeutico, e l’interesse delle industrie farmaceutiche.

Spesso fai riferimento alle opere e alla ricerca compiuta dallo psicanalista sugli Elvio Fachinelli: quali sono gli aspetti del suo pensiero che senti più affini alla tua ricerca?

G.D.M. L’interesse per la mente estatica e lo scrivere contro la propria dissipazione. “Dissipazione”, una parola davvero terribile.

Dedichi due tuoi libri Odori (1997) e Viaggi e profumi (2007) all’olfatto, un senso per certi versi molto trascurato ai nostri giorni. Quali importanti informazioni ci può dare la possibilità di coltivarlo? 

G.D.M. Annusare di più. Anche se, per la verità, non basta un’annusatina per innamorarsi. Gli umani, fin dai primordi, privilegiano la vista, senso solare, apollineo. Vedendo si rimane se stessi. L’olfatto è invece il senso della confusione, un senso dionisiaco, più legato al corpo e a emozioni immediate.

Timoty Leary, il profeta dell’LSD, afferma che “La fantascienza comincia quando si capisce che non c’è il passato e che si vive nell’assoluto presente”. L’esperienza dell’assoluto e dell’estasi  rivela la natura profonda e segreta della realtà: oggi, in un mondo così diverso da quello degli anni Sessanta e Settanta, quale possibilità  abbiamo di farne ancora esperienza? 

G.D.M. Oggi è sempre possibile fare l’esperienza dell’estasi nel corso dell’orgasmo. Anche qui si sperimenta un lampo di vacuità. Tuttavia l’estasi dei santi, o quella non necessariamente mistica delle persone creative, non è riducibile all’orgasmo, con il quale l’estasi ha un rapporto di consonanza, non di causalità stretta.

Per te “la scrittura è un lavoro immenso ai bordi della tomba” che parte sempre da un sentimento di mancanza, sentimento che tu in “Addio a Mogador” designi con una bellissima e antica parola spagnola del Settecento “querencia”. In che modo la “querencia” diviene substrato della creazione artistica?

G.D.M. “Querencia” potrebbe essere la bella definizione di un passato che non cessa di essere presente. Ma anche la definizione di una zona riparata, dalla quale resistere ai capricci della storia diurna e al flusso sconvolgente del tempo. “Sai dove siedo io?”, chiede l’io che scrive. Tutti gli scrittori decisivi pongono, prima o poi, la questione del luogo della propria emergenza: da dove parlare? Continuo a pensare che ad aprire la strada siano stati gli scrittori del XIX secolo. A cominciare da Chateaubriand, quando libera la sua parola dalla severità del tempo installandola strategicamente nella tomba. “Preferisco parlare dal fondo della mia bara”, dice per cominciare. Dopo di lui, Victor Hugo avverte il lettore delle Contemplations:” Questo libro va letto come il libro di un morto”. Vedi anche Baudelaire. Insomma, il luogo della scrittura è un territorio immensamente distante. Forse vi si entra per amore, amore della lingua. E, come tutti gli innamorati, ci si lascia affliggere dai lampi. Nell’atto di scrivere simulando un lampo, mi accorgo che qui – come esclama Amleto – “The time is out of joint”/ Il tempo è fuori dai suoi cardini”.
Scrivere sarebbe allora come un darsi alla macchia, fuori dal tempo e dallo spazio, che non sono una risposta. E la letteratura, per chi scrive, sarebbe un nascondiglio, anzi il nascondiglio estremo della perdita. Guardo le mie mani – sono i confini del mondo. Scriviamo perché non ci basta morire da lontano.

In un mondo pandemizzato e globalizzato come il nostro, quali farmaci spirituali consiglieresti ai giovani che stanno crescendo nel terrore dell’Altro e dell’Alterità pur vivendo spesso in stati di alterazione? 

G.D.M. Finora l’unico farmaco spirituale e fisico conosciuto è l’amore, il più potente anestetico che esista.

Per concludere “Chi ci spiegherà il mistero del forno?” La vita è un’operazione alchemica? 

G.D.M. Sì, la vita è la ricerca di uno spazio di non-morte. E il corpo è il nostro Athanor vivente, un forno il cui calore serve ad eseguire la digestione alchemica.

Gianni de Martino a Essaouira insieme all’antropologo Georges Lapassade