339 // Venti di scirocco (12) Huldufolk, il popolo nascosto

“Fuorirotta”è un bando annuale per viaggi non convenzionali.Fondato da Andrea Segre, Matteo Calore e Simone Falso, si occupa di promuovere il turismo sostenibile; riqualifica lormai troppo abusato concetto di viaggio, liberandolo dalle convenzioni del turismo di massa e dalla necessità di fuga, per riscoprirne il profondo senso di veicolo di conoscenza, comprensione e racconto di sé e dellaltro, secondo tempi, spazi e modi che rompono gli schemi imposti dalla società contemporanea, per ritrovare lessenza dellandare e del lasciarsi andare, lento e attento.“Huldufolk, il popolo nascosto” è il progetto di viaggio non convenzionale che ha portato Marta Paolantonio a viaggiare in autostop lungo la Ring Road, in Islanda, alla scoperta di un nuovo equilibrio tra uomo e natura.

Sono arrivata all’aeroporto di Keflavik il 1 ottobre, alle ore 23:30. 

Ad accogliermi, ad Hlemmur Square trovo i visi sorridenti di Hafis e Hamza. 

Hafis viveva in Comelico prima di trasferirsi a Reykjavík. 

Ho avuto il suo contatto tramite Alessandra Buzzo, sindaco di Santo Stefano di Cadore, paese incastonato tra le dolomiti bellunesi. Nel 2011 proprio qui ha ricevuto accoglienza, insieme a 90 migranti provenienti da diversi paesi dell’Africa.

Ha 26 anni ed è senza una mano. L’ha persa lavorando in una fabbrica del pesce ad Hafnafjordur, piccola città portuale ai margini della costa sud dell’Islanda. <<Pagavano bene>> mi dice <<In Italia non trovavo lavoro>>.

Hamza è un uomo sulla quarantina. Mi fa qualche battuta, mi dice che di mestiere fa il cuoco. Appena arriviamo a casa prepara un piatto delizioso a base di pollo e spezie.

Abita in Germania con la sua famiglia: moglie e figli. In Islanda ci torna ogni tanto per arrotondare il suo stipendio lavorando come stagionale.

Alla mia domanda se gli manca la sua famiglia risponde <<Certo che mi manca…ma in questo modo posso garantire ai miei figli un futuro>>.

Hafis e Hamza abitano assieme. Nei prossimi giorni mi ospiteranno nella loro casa, per darmi qualche indicazione su come affrontare il viaggio a piedi lungo la Ring Road. 

Reykjavik è una capitale inusuale: è piccolissima rispetto a qualsiasi capitale europea. Nonostante ciò nell’aria si respira la sua storia, fatta di autodeterminazione e resistenza.

Nel 1944, dopo quasi sei secoli di dominazione danese, l’Islanda ottenne l’Indipendenza. Il 17 giugno 1944 (133º anniversario della nascita del patriota Jón Sigurðsson 1811-1879), il Parlamento islandese proclamò la repubblica a Þingvellir. Sveinn Björnsson fu il primo presidente.

Hamza e Hafis mi fanno da ciceroni in città. 

Visitiamo il museo del Punk, il lago Tjörnin; Stjórnarrádshúsid, l’ufficio del Primo Ministro; il Sólfar, scultura d’acciaio a forma di nave vichinga; ed infine l’ isolotto di Grótta con il suo faro, accessibile solo durante la bassa marea.

Dopo i primi tre giorni trascorsi a visitare la capitale, Ezaden mi convince a visitare il suo (ex) luogo di lavoro ad Hafnarfjörður, piccola città portuale a pochi chilometri dalla capitale, insieme ad un collega. 

Qui le abitazioni sorgono tra le rocce laviche, tra le quali sono state costruite piccole strade. Non c’è un vero e proprio centro, e a ridosso della zona industriale sorge un piccolo villaggio di pescatori.

Lo stabilimento è di proprietà della Èlite Seafood company, un’azienda che si occupa da 20 anni di confezionamento ed esportazione del pesce in tutto il mondo, anche in Italia.

Al mio arrivo noto già una decina di lavoratori all’opera, di fronte alla catena di montaggio: indossano una tuta arancione, guanti e stivali blu, per poter maneggiare il pesce a bassa temperatura. Il resto dei dipendenti si trova all’interno dell’area caffè, per una pausa. 

Dopo qualche minuto di attesa e di apparente confusione dovuta alla mia presenza, alla richiesta di incontrare il responsabile della produzione si presente un ragazzo sulla trentina che dice di chiamarsi Salim. Risponde alle mie domande nervosamente mentre spunta il capo filiale, un uomo islandese sulla quarantina, che gira a gran velocità per il magazzino a bordo di un muletto.

Salim mi illustra le varie fasi della produzione: come il pesce venga controllato, pulito e selezionato per essere poi confezionato e spedito ai clienti. 

Mentre sto facendo il giro del magazzino, un uomo robusto, senza farsi notare dal capo filiale, si avvicina. Mi dice di andare a casa sua, che ha delle cose da raccontarmi sulla storia del mio amico Hafis.

<<La mia famiglia sarebbe molto contenta di accoglierti in casa nostra. Io vengo dalla Georgia e non abbiamo spesso la possibilità di passare del tempo con qualcuno, soprattutto nella stagione invernale>>.

Mi piacerebbe accettare l’invito, ma ho poco tempo a disposizione.

Saluto gli operai.

Uscendo dalla fabbrica incontro un ragazzo che mi chiama con un Ciao. Mi racconta di essere nato in Senegal, e di aver vissuto a Firenze per tanti anni. Anche lui si è trasferito in Islanda per poter avere una vita migliore.

Parto da Reykjavik con un bus. Appena oltre la capitale il paesaggio cambia radicalmente: gli agglomerati urbani sono sporadici, piccoli villaggi nascosti tra fiordi pianeggianti. Tra un paesino e l’altro enormi distese di brughiere dove pascolano cavalli e pecore.

A 20 km da Borgarnes soggiorno in una piccola casa di fattori, con altri ragazzi della mia età, provenienti dall’America.

Il vento soffia incessantemente per 2 giorni. Il silenzio è rotto da questo fischio che è come un dialogo animato tra terra e cielo.

In una di queste notti trascorsa sulla costa sud-occidentale dell’isola io e i compagni assistiamo al meraviglioso spettacolo dell’aurora boreale.

Meraviglioso canto cosmico, l’aurora è una musica che si manifesta sottile nel cielo come una visione, leggiadra ed elegante nel suo danzare fino al dissolvimento.

Il riflesso dell’aurora sull’oceano illumina la notte. 

Di fronte a tanta bellezza ho realizzato come non esista un vero e proprio silenzio nella nostra vita. 

La terra ci parla continuamente, e lo fa cantando le sue infinite solitudini d’amore.

Dopo 300 km percorsi in autostop raggiungo Akureyri, detta la capitale del Nord.

Il cielo è plumbeo, le montagne tutt’intorno si riflettono sulle argentee acque del fiume Glerà, da cui parto con un battello per ammirare le balene.

Con l’imbarcazione ci inoltriamo nell’Eyjafjörður, fiordo lungo e stretto a 60 km dal circolo polare artico.

Ci fermiamo vicino all’isola di Hrísey, chiamata “Perla di Eyjafjörður”, ed improvvisamente la balena appare.

Emerge tra gli sbuffi dalla superficie dell’oceano. Sembra essere abituata alla presenza dell’uomo, tanto che inizia a piroettare e a danzare sulla superficie dell’acqua, sotto i nostri sguardi meravigliati.

Poco dopo appare un’altra balena. La guida, che ormai le conosce bene e che le chiama per nome, ci spiega che si tratta di madre e figlio. Un dono che la natura ci ha fatto in questo giorno grigio al largo delle acque più fredde del pianeta.

La presenza di queste meravigliose creature ci impone una riflessione. Cosa significa essere madre? 

Domanda a cui forse non c’è risposta, ma che merita il nostro rispetto.

Inizio a camminare lungo la Ring Road, diretta verso est.

Sono vicina a Dimmuborgir, ovvero la Fortezza Oscura, un labirinto di formazioni laviche posto sulla sponda orientale del lago Mývatn.

Mývatn significa “lago dei moscerini”poichèil lago è popolato da quindicina di specie diverse di anatre, in colonie di centinaia o addirittura migliaia di individui, che si nutrono soprattutto dei moscerini che abbondano sulle sponde del lago.

Purtroppo non riesco a visitarlo per via del poco tempo e della mancanza di mezzi. Il mio cammino deve continuare lungo la Ring Road e allontanarsi potrebbe essere pericoloso.

Dopo un tempo imprecisato di cammino, noto alla mia destra delle macchine; decido di avvicinarmi per chiedere un passaggio.

E’ così che scopro di essere alla solfatara Hverir, ai piedi del vulcano Hverfjall.

È un luogo ancestrale. Dalla terra escono dei fumi che rilasciando nell’aria un forte odore di zolfo; la terra è rossa e nei crateri blu cobalto gorgogliano i fanghi termali, incessantemente, come a parlare una lingua morta. La natura è agitata ed anche io mi agito con lei, in una danza di guerra antica quanto la vita sulla terra.

Inizia a calare il buio della sera.

Allontanandomi da quel luogo con un profondo senso di rispetto prendo un bus diretto a Egilsstaðir, dove passerò la notte.

Il giorno dopo da Egilsstaðir raggiungo in autostop Reyðarfjörður, piccola cittadina di pescatori posta sulla riva dell’oceano.

Il cielo grigio si riflette sull’acqua in questa giornata d’autunno.

Alla fine del villaggio, lungo la strada principale, c’è la fonderia ALCOA, grande colosso statunitense conosciuto in tutto il mondo per la produzione di alluminio; poco distante, una cittadella costruita appositamente per gli operai, provenienti principalmente dalla Polonia e dalla Cina, che nel 2007 hanno lavorato alla costruzione della fonderia.

Le indicazioni all’interno sono in tutte in inglese e in polacco. Tutto è lasciato alle intemperie. Vecchi container, tubi, ferraglia…

A Reyðarfjörður, a testimoniare il passaggio di quei lavoratori, rimane solo un villaggio di container abbandonato, mentre la fonderia lavora a pieno regime, mettendo a repentaglio l’ambiente.

Per farla funzionare infatti, è stato creato a Kárahnjúkar, un’area incontaminata di 3000 km quadrati a 130 km da Reyðarfjörður, un lago artificiale con una superficie di 57 km quadrati, e una serie di dighe di cui la maggiore misura 750 metri in lunghezza e 190 metri in altezza.

Quest’opera mastodontica, dati alla mano, non porta alla comunità nessun beneficio; il settore industriale infatti incide per l’8% sul PIL e solo per 1% sull’occupazione, visto che l’Islanda conta solo di 350.000 abitanti, e che l’isola è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico.

Nonostante ciò il governo islandese ha firmato un impegno con le banche internazionali di 1,3 miliardi di dollari per triplicare la produzione dell’alluminio, attraendo così capitale estero. Tutto ciò ha come conseguenza la distruzione del vero patrimonio dell’Islanda: la natura. L’area di Kárahnjúkar, che ora non esiste più, era un’area ricca di vegetazione, e contava tantissime specie di uccelli che ogni anno vi arrivavano per nidificare.

Molti islandesi contrari al progetto hanno manifestato, ricevendo per questo minacce personali e persecuzioni professionali. Nonostante ciò, l’opera è stata portata a termine. 

A partecipare alla realizzazione della diga c’è la Impregilo, che opera nel settore delle infrastrutture e delle grandi opere e che investito molto per realizzare questo progetto fornendo alle compagnie energetiche locali e all’ALCOA la forza lavoro necessaria.

(È di fondamentale importanza sottolineare che il 70% di essa è composta da lavoratori stranieri in condizioni precarie, costretti a lavorare senza le dovute attrezzature).

Come espresso nel bellissimo documentario ‘Dreamland’ dal designer Reynir Hardarson “Quale prezzo sareste disposti a fissare per vendere una montagna?”

In Islanda questo prezzo è stato fissato; un prezzo a favore del colosso americano e dell’italiana Impregilo, a discapito di tutti noi.

Da Höfn, dove ho passato la notte, trovo un passaggio per Jökulsárlón, la laguna di ghiaccio.

Al mio arrivo rimango spiazzata dal silenzio che pervade questo luogo. 

L’azzurro degli iceberg, che come giganti di ghiaccio galleggiano sulla superficie dell’acqua; le montagne che tutt’intorno formano una preziosa cintura a difesa dei ghiacci.

Tutto concorrere a far sembrare questo luogo irreale.

Il silenzio diventa un’ entità in carne ed ossa: il ghiacciaio in lontananza sembra un grande gigante addormentato.

La nostra vita è composta principalmente da momenti caotici; riceviamo continuamente input ed informazioni dalla televisione, dai giornali e dai social media e ci dimentichiamo del silenzio. Eppure anch’esso è una necessità per gli esseri umani.

Il silenzio è pace. Un momento di ristoro dell’anima che ci permette di vivere la vita in armonia con il cosmo.

Il silenzio è un Tesoro di cui riappropriarci per ridare vita alla nostra storia; il silenzio è un luogo dell’anima.

Il giorno dopo, sempre in bus, raggiungo Vík í Mýrdal e da lìSkògar.

Il mio ostello si trova accanto alla cascata Skógafoss, che cade per 60 metri.

Secondo una leggenda, il primo vichingo ad essersi stabilito nella zona, Þrasi Þórólfsson, nascose un tesoro, un forziere ricolmo di monete d’oro, nella caverna dietro la cascata. Quando il sole colpisce coi suoi raggi l’acqua, c’è chi dice abbia visto il riflesso dorato delle monete. 

In molti hanno cercato il tesoro. Un ragazzo ebbe successo, trovò il forziere e, attaccando una corda ad uno degli anelli laterali, iniziò a tirare; ma l’anello si ruppe e il forziere affondò. Ora l’anello si trova sul portone della chiesa di Skògar, come monito per chiunque sia in viaggio alla ricerca del tesoro.

Arriva il momento della mia partenza.

La mattina del 18 ottobre Hafis mi accompagna a prendere la navetta che mi porterà in aeroporto.

Ci salutiamo con un abbraccio. Mentre il bus viaggia verso la meta ripenso a tutte le persone incontrate lungo questo viaggio e a quanto mi abbiano aiutata nei momenti di difficoltà, in cui camminavo controvento, dandomi un passaggio o semplicemente offrendomi un sorriso.

Li ringrazio per aver arricchito questa mia magnifica esperienza con la loro presenza.

Alcune considerazioni mi vengono alla mente:

Come non sentirsi parte di qualcosa di più grande in un luogo come l’Islanda? 

La potenza della natura è sorprendente; ne è la dimostrazione ogni luogo di quest’isola ancestrale, ricca di contrasti e forze naturali in movimento; ma essa necessità della volontà dell’uomo per sopravvivere. Siamo noi a dover prenderci cura di noi stessi.

Siamo parte di qualcosa di più grande e non siamo indispensabili: è proprio questo a rendere unica la nostra esistenza; ma se ci uniamo per un unico scopo, possiamo fare la differenza.

                                                                                                            Marta Paolantonio 

Thanks to:

FuoriRotta

Internazionale

ZaLab

Montura

Fonti: 

https://ricerca.repubblica.it/…/il-senso-dellislanda&#8230;

https://www.manifestosardo.org/alcoa-c%E2%80%99e-molto…/

“Dreamland”, documentario di Þorfinnur Guðnason e Andri Snær Magnason