Marta Celio e la spagiria della parola

“Sarai pace a quel che resta” e ”Di te l’amore, di me l’errore” sono due libri gemelli, speculari e asimmetrici che compongono la silloge poetica “Diario di tutte le assenze che assolvendomi – mi salvano” Nodo Edizioni 2021 di Marta Celio.

Nell’introduzione Anna Lombardo definisce con pregnanza la poesia di Marta “pensante”, riferimento che evoca un’espressione presente nelle pagine del diario di Etty Hillesum, scritte nel campo di concentramento di Westerbork in cui esprime la volontà d’essere il “cuore pensante” della baracca. In che modo e a che condizioni si può definire la poesia di Marta “pensante”?

I versi che si snodano in questa raccolta enigmatica e concentrata, in cui una parola slitta in un’altra, in cui ogni prossimità reca il segno dell’inattingibile ed ogni assenza si trasmuta in epifania, conducono verso il profondo, in un’immersione in apnea simile a quella degli antichi pescatori di perle.

In un andare e tornare, pari alle onde della risacca, l’Autrice sonda i misteri dell’incontro, della relazione e del dialogo, in un passaggio continuo dall’io al tu e dal tu al noi.

La sua ricerca stilistica è rigorosa e il suo percorso poetico dialoga con quello filosofico, aprendo scenari e paesaggi complessi e variegati, in cui ogni verso è prodotto da intense frequentazioni letterarie.

Poesia pensante si fa nello sperimentare la vicinanza, nell’indossare le forme del sé, nell’ascoltare i propri fantasmi e nell’accoglierli. Nello scorrere di questi versi c’è lo scorrere del tempo che fa sperimentare la propria precarietà e quella altrui.

317

L’onda del mare va

ti lascia sulla sponda a

smascherare

finte vedute, vecchi fantasmi…

L’onda del mare specchia

l’ombra dei tuoi stessi occhi

quando tu tracimi 

e lei

/trascina/

L’onda del mare il tuo

cappio al collo

vent’anni passati

ma/più venti/e più vento:

L’onda del mare varca

l’uscio della tua età matura

e ti trascina al largo, dove

dolore

travaglio

e malasorte

in fondo è la morte

Ma l’onda del mare sa

la tua “presunta innocenza”

e ritorna alle 

tue/sue rive

non solo l’anima tua nuda

ma anche il tuo fragile corpo.

L’onda del mare sa

che ne sarà di te

tu, ignaro,

soltanto la segui

e seguendola ancora vivi…

tu in mezzo alla sua tempesta

attraversi la tua stessa morte.

Oh! Onda del mare

le mie spoglie disperse

Quando anche tu- dimentica la mia sorte-

Sarai pace a quel che resta

tra gli arcigni scogli

e i tuoi facili sbadigli:

I tuoi sono infatti

lenti e sontuosi sogni e sonni

Il mio restare

è invece

una lotta impari

dove tu

non arrivi con mano prodiga

ed io vacillo

anelando al futuro

già –io non più giovane- a me

a me per sempre precluso.

In questo andare e tornare che è quello dell’onda, ma anche quello delle relazioni, si respira il “poema del mare” presente nella poesia di Arthur Rimbaud, Dylan Thomas e Malcom Lowry: in un continuo tendersi e contrarsi, espandersi e ritirarsi, affacciandosi ai bordi del reale, trascorrendo da Dante a Paul Celan “di soglia in soglia”, in un ansioso scrutare orizzonti e confini. Nel farsi e disfarsi continuo dei giorni si rivela il respiro della vita stessa.

323

Ti so

felice inchiostro di carta

bussi inesausto

al mio silenzio

ed io ancora e ancora

vacillo

dentro specchi

che chiudono e chiosano

il mio andar per boschi

lungo sentieri…

sentieri interrotti

In un balenare di sentieri interrotti nella selva che evocano gli “holtzwege” di heidegerriana memoria, abitando lo spaesamento, Marta Celio si avventura in un lungo viaggio, in cui anche lo stare è un andare accompagnato dalla mutevolezza delle nuvole e da trasformazioni continue lungo il percorso. In questo vagabondare per boschi interiori, dove tutto procede per proprio conto, pur se nel medesimo luogo, in questo andare in cui si viene continuamente sviati, proprio in grazia di questa irriducibile erranza si trova la propria via e il sentimento dello scorrere del tempo diviene dominante, come i paesaggi evocati dentro la parola poetica.

327

Il mio vivere distante

è scorcio di mela

e scorza d’alba

mi avvicino

e

ancora

avvicinandoti

immensamente ti perdo

Questi paesaggi raccontano il sentimento della perdita, di uno scomparire in dissolvenza.  Distillando l’assenza che diviene essenza rimane l’aroma di una presenza che aleggia nell’aria e che scandisce i silenzi. Mara Celio sa bene che queste assenze sono affollatissime e parlano costantemente di un perenne e reciproco disabitare.

La poesia che segue mi evoca in certi passaggi e similitudini presenti in questi versi di Dino Campana: 

“Fabbricare, fabbricare, fabbricare/preferisco il rumore del mare/che dice fare e disfare/fare e disfare è tutto un lavorare/Ecco quello che so fare.”

333

Nel tempo 

ho imparato a scandire i tuoi silenzi:

voci assordanti

del mio eterno stare

a cavallo

tra il dire e il fare

(tu: mio angolo di cerchio)

il mio fare

a te ora

i miei capelli corti

il mio correre lontano

da facili sbadigli

più non dormo-non dormi

e noi

tra dire e fare

naufraghi di siffatte amare-derive

Nella postfazione Alessandro Tessari considera come certi aspetti della poesia di Marta Celio siano ispirati dalla pareidolia, ovvero quell’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti dalla forma casuale. In certo qual modo la scrittura dell’Autrice, nel suo slittare da una parola a un’altra, da un campo semantico ad un altro, ricorda quella di Amelia Rosselli, in cui la lingua poetica, eminentemente intellettuale, è impregnata di lapsus, frammentazioni, anacoluti, polivalenze semantiche, in cui musica, suono, ritmo e contaminazione aprono scenari inaspettati.

338

La curva dei

pensieri oscilla

e mi fa casa, tana e…fuga

sono qui

e sono Altrove

nel silenzio

spasmo del cuore

con le mani

fai conca e oasi

per i nostri

futuri deserti anteriori.

La poesia di Marta Celio è paragonabile ad un’operazione spagirica: separa e riunisce, restando sospesa tra assenza e presenza, tra l’io e il tu e  tra il tu e il noi: in questo processo trasmutativo di distillazione si fa strada l’idea che le parti divise tendano a ricongiungersi depurate e potenziate.

Tra separazioni e ricongiungimenti, la sua preziosa spagiria poetica ci conduce oltre ogni assenza verso la salvezza di uno sguardo altro/oltre.

Lucia Guidorizzi

Marta Celio è nata a Santa Maria nella Svizzera Romancia nel 1976 e si è laureata in filosofia teoretica coniugando la sua sensibilità con le strutture concettuali che sottendono gli argomenti cari alla sua spinta intellettualistica. Argomenti che Marta ha esperito e esperisce tuttora con riconoscimenti letterari e mostre di poesia visiva che le hanno permesso di confrontarsi con artisti di calibro internazionale. Dalla Germania. Agli Stati Uniti. Alla stessa Italia culla del suo essere ed esserci. Mente e cuore.