350 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 13 // Salerno porto di scambi: dalla città vecchia al porto

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Capitolo XIII. Salerno porto di scambi: dalla città vecchia al porto

19.10.2018

Salerno

Arriviamo in treno a Salerno dopo i tunnel sorrentini, che aumentano l’attesa fino all’apertura del panorama. Scendendo dalla predella m’investe una brezza fresca, che sa immediatamente di profumo di mare, nettissimo, di casa.

Lungo il corso, cuore pulsante della città nuova, gelati, passeggio, taglieri di affettati, esempi di veganesimo, un signore italo-arabo dalla lunga barba con un largo e pacifico sorriso, appoggiato a un muro, attendendo di vendere dei palloncini.

La gente conversa e chiacchiera, non c’è confusione nonostante la folla del venerdì sera. Persone di un’Italia plurale si accostano a una fontanella, aspettando i turni di cortesia. L’acqua ha buon sapore, zampilla per tutti, al semplice tocco di un pedale sulla pavimentazione.

Il corso si restringe, intrufolandosi nell’asse urbano antico di cui è il prolungamento, dal significativo toponimo di via Mercanti. Il cuore della città vecchia è subito straordinario, in equilibrio perfetto tra i mari e le latitudini, sospeso o meglio addensato a metà tra Genova e Tunisi, in una topografia ricchissima. Saliscendi di strade, passaggi voltati, colonne antiche di spolio ovunque, le proporzioni architettoniche e spaziali della metà meridionale del Mediterraneo in simbiosi con il sentore dell’alto Tirreno.

Città vecchia, densa, carica, salata, con lo stesso reimpiego diffuso di frammenti romani che ho assaporato nelle medine nordafricane, cambia solo il colore dei marmi locali. Con stratificazioni di portici, di vicoli dalle ossa antiche e marinare che istintivamente fa sentire sulla pelle l’aria di Genova, tappa precedente del viaggio. Con portali dalle fioriture di pietra e capitelli con afflato d’altrove, elementi a metà tra il tardoromano e la rielaborazione ottomana, maghrebina ed egea. L’organismo urbano è intessuto con le gemme di una costante invenzione, in una dialettica tra ritrovamento e rivisitazione.

Certe colonne nei sotoporteghi mi sembrano davvero tunisine e viceversa, così come all’ingresso del castro acquartierato dei Barbuti calati dal nord si mescola un medioevo bizantino e longobardo con la via coperta di un suq mediorientale o la sua mediazione siculo-normanna.

Una pizza detta “salernitana”, che mi dicono essere tipica, con scarola, pomodori secchi, acciughe, ricotta e due capperi, ha immediata assonanza di sapori con la familiarità degli ingredienti messinesi di focaccia e pidoni. Sembra esserci anche qui, come in altre tappe del periplo, un legame preciso di rotte di navi e sapori, penso anche al panino con la milza, sebbene cotta in aceto, tipico di questa città come di Palermo, con leggere varianti.

Due città come epicentri medievali, intrecciate in scambi reciproci, Salerno cede a Palermo il ruolo di capitale regia normanna, vescovi e lapicidi, che poi ritornano indietro a creare stratificazioni, in flussi e riflussi di marea si scambiano maestranze come ricette, che troviamo solo qui e lì, in un intarsio musivo di comunanze che si compone di incastri aperti e travalica lo specchio di mare che le unisce.

E anche stavolta, precise relazioni e rotte leggibili in tracce di pietra mi sembrano persistere vivide in cibi e usi locali, in una geografia limpidamente disegnata dai portolani.

Nel mormorio della città, una sola barchetta tradizionale ormeggiata all’astro d’argento – rimane il dubbio se sia posta per figura – scrive cerchi nell’acqua, come direbbe Seferis, al riparo di frangiflutti sormontati da delfini-luminarie; tira sempre vento di mare.

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20.10.2018

Caffè mattutino con spruzzi d’acqua, il primo contatto umano è con le signore dell’impresa di pulizie. Esplorando il quartiere dei Barbuti, ritrovo in palazzo Fruscione delle colonnine che mi ricordano un influsso più islamico che bizantino e penso a quella di spolio che mi aveva stupito a Genova; o forse l’influsso potrebbe essere mediato e locale, originale, e dirsi amalfitano.

Forse si tratta solo di un gioco di riflessi, ma dalle partiture dei prospetti nasce uno straordinario sistema di rimandi, con il loggiato ad archeggiature cieche, le bicromie, con quelle che mi appaiono le stilizzazioni di un fregio dorico a imitazione d’antico (ripenso a Nola e a quanto ho già raccontato), si disegna una trama che in parte ancora mi sfugge nelle pieghe dello spazio e del tempo: da dove traggono origine quelle entasi orientali, archi acuti tardo-romanici, linee di palma?, provengono dagli echi di un medioevo arechiano, dai pirati ischitani saraceni, dai normanni pugliesi prima, avvezzi al levante, o da quelli panormiti poi, ammansiti dai califfati? Quanto sono amalfitane e tirreniche, ovvero bizantine prima e paradisiache poi? E Ravello, con le sue facciate intessute e le volte a ombrello? E scendendo lungo le coste, chi ricorda più il ruolo delle “chiese sorelle” basiliane, annidate in seno alle fiumare ioniche siciliane, come cantiere sperimentale e mediazione culturale dalle costruzioni della Siria antiochena allo spazio liturgico di invenzione greco-latina delle origini siculo-normanne?

Entriamo in San Pietro a Corte, che definire cappella palatina arechiana sarebbe riduttivo; si tratta di un vero palinsesto che mostra una stratificazione complessa, affascinante, di cui restano affreschi in bilico fra ieraticità bizantina e spigoli nordici.

Ovunque, per le vie, vi è un profumo di fritto leggero, a volte si sente anche l’aceto, è un tratto salernitano, un misto di profumi legati alla brezza salata che imparo ad associare alla città vecchia. Tra fruttivendoli e pescivendoli, tra panni stesi e fiori, i vicoli si tingono di mare e si sente sempre più forte la presenza portuale. L’esplorazione, gradualmente, prosegue.

Per arrivare al molo Manfredi, si passa da borgate riqualificate grazie all’amore degli abitanti e alla poesia: Alfonso Gatto è trascritto davvero ovunque, sui muri dei vicoli, sulle volte dei sotoporteghi, e contribuisce a profumare, con i propri versi azzurri, la borgata marinara.

Quindi il teatro Verdi, la villa comunale, il lungomare assolato, le infrastrutture del porto. Ammetto che il nuovissimo terminal turistico, opera di Zaha Hadid, mi sorprende per le proprie spazialità interessanti.

All’interno, un’installazione della quale non trovo spiegazioni affisse, ma che mi ricorda istantaneamente il materiale dorato delle coperte di soccorso per i naufraghi e mi riporta con un pugno allo stomaco alla tragica realtà dei flussi migratori nel canale di Sicilia o nel mare di Lesbo.

L’edificio mi stupisce per un inatteso rapporto con il paesaggio e le sue selezioni visuali, tramite inquadrature studiate del frontemare urbano.

I toni pubblicitari, dalle promesse avveniristiche, di un cartellone appeso sotto il sole a illustrare il nuovo Piano Regolatore Generale si scontrano con la realtà di una nuova area del porto che appare assolutamente deserta.

Un solo pescatore su scogli residuali, tra avanzi di Novecento, resiste al sole.

E come lui, un anziano dal profilo magnogreco, grondante d’acqua appena dopo la baignade.

Due piccoli ritagli di vita e di memoria viva, benché fagocitati da pontili e moli turistici a varie scale, ma forse quel mondo è ormai scomparso ugualmente. E per quanto certe iniziative pubbliche pianificate dall’alto per promuovere grandi opere seguano logiche positive all’origine, troppo spesso se ne disperdono i risultati, ancora oggi, in cattedrali nel deserto.

Il cosiddetto Crescent, invece, mi appare del tutto incomprensibile: una megastruttura aliena, a pianta di emiciclo, piombata a deturpare il porto e a spezzare le sue relazioni con la città. Me ne fornisce chiave di lettura ulteriore l’amica poetessa E., al telefono, mentre mi arrampico e vado inciampando sugli scogli, raccontandomene le vicende legali. Continuo a costeggiarne le finto-doriche rovine del cantiere, fermo secondo l’italico gusto per l’incompiuto.

Il campanile del duomo (la cui fabbrica imponente riesce ancora a svettare da ogni parte sul corpo della città, emergenza dominante del tessuto urbano) è inquadrato qui tra i plinti non finiti e tre palme.

Proseguiamo il periplo dell’area portuale e del waterfront a piedi, scavalcando una zona di scogli sotto il sole a picco, fino a quando la vista si spalanca nuovamente sul golfo, con la fronte serena della città posata sul mare.

Raggiungiamo delle pedane di tek sulla spiaggia, tra lucertole al sole e persone che migrano e lavorano come venditori ambulanti su gradoni metafisici.

Ma la metafisica si infrange quando assisto a scene di grande apertura reciproca tra il venditore e le altre persone presenti, che scherzano insieme e conversano con parole, gestualità e mimiche che mostrano la resistenza indistruttibile di una capacità dialogica e di scambio antica e vivente.

I gradoni, in quest’ora meridiana dardeggiata, ricordano quasi un palco, e insieme all’episodio stimolano una riflessione su quanto tutti noi possiamo essere al tempo stesso spettatori e attori in grado di attivare spazi collettivi accoglienti, superando il ruolo passivo di pubblico mediatico al quale, in questi tempi di chiusura dei porti, si vorrebbe ricondurci.

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(Testi e foto di G. Asmundo)

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