352 // Periplo delle Repubbliche Marinare // Cap. 14 // Salerno e il respiro di un Mediterraneo indiviso

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19.10.2018

Salerno

Giunti a questo punto, decidiamo di raggiungere il duomo, dato che lungo tutto il cammino il campanile, con il suo eccezionale tiburio stellato in sommità, attirava come un faro, come un un magnetico polo di convergenza, ogni direttrice visiva e di senso.

Lungo il percorso, si svelano cortili con statue manieriste dal pudore ostentato e movenze retoriche, file di piccole biciclette rosa che immagino delle figlie dei dipendenti proprietari delle moto.

Ovunque ci sono già le luminarie natalizie, più contenute di quelle viste alle isole di fronte a questa costa. Un angelo spicca il volo da una finestra presidiata da un fumatore.

Sospinti dalla brezza di mare sulla schiena, completiamo la salita al duomo ed entriamo. Lo spazio aperto antistante la facciata è un luogo davvero straordinario per commistioni e capacità di dialogo, geograficamente e culturalmente esteso.

È un rarissimo quadriportico e più che somigliare a un chiostro concluso rimanda a un foro pubblico; in effetti le colonne sono romane, di reimpiego, traslate dal foro vicino, con una tesa continuità di intenti. E a sottolineare la laicità del luogo, il porticato fu una sede della Scuola medica salernitana, faro luminoso per il Mediterraneo aperto del tempo.

Le colonne sono sormontate da arcate bizantine e poi ancora da un matroneo a pentafore romaniche, mi sembrano non solo tre epoche sovrapposte, ma anche la dichiarazione di tre modelli spazio-culturali assunti a riferimento nel presente medievale normanno.

Tra le arcate, la sintesi operata dai tondi con stelle geometriche dal sapore insieme bizantino, arabo ed ebraico, bicrome di tufo e pietra lavica – riassumendo così un’anima conchiglifera marina e una magmatica – e tridimensionali, vibranti quasi fossero aperte come occhi rivolti a settentrione, oriente e meridione. La sensazione è di sentirsi circondati, abbracciati da uno spazio che riassume, ascolta, si apre alle alterità considerandole prossime e si espande, centrifugo e centripeto come l’andamento di un respiro, il respiro della brezza marina del porto.

Proseguendo in questa lettura, ascoltando la percezione di un ombelico del Mediterraneo, il centro del quadriportico doveva avere una forte valenza: vi si trovava in passato una fontana di granito egizio (oggi a Napoli, piacque ai Borboni) che, se l’intuizione è corretta, era stata posta qui con notevole valore simbolico, poiché la pietra era stata ricollocata prendendola dal tempio di Poseidone a Posidonia-Paestum.

Ai lati del portale bronzeo costantinopolitano, invece, iscrizioni in caratteri greci e addirittura armeni, che divengono preghiere a un San Matteo non più solo latino ma sincretico e collettivo.

All’interno, le forme architettoniche instaurano un dialogo con il settentrione, riprendendo modelli carolingi mediati da Cassino. Ed ergendosi su pavimenti cosmateschi, si innalzano e inseguono le stupefacenti stelle musive dell’ambone e dei plutei, con pietre e vetri e ori che scintillano tra virgulti di palma e serpenti nutriti da geni, dialogando con Monreale di là dal mare, e disegnano uccelli che si nutrono dei frutti gemmati dalle medesime piante bifronti, in tessere che costruiscono e danno definitivamente forma politica e culturale a un’idea di Mediterraneo indiviso.

Stordito da una bellezza sfavillante di orizzonti estesi, si rende necessaria una pausa. Tornando nel quartiere dei Barbuti, denso di continuità d’epoche diverse, luoghi diversi, genti diverse e reinvenzione costante.

Il potere immaginifico delle pietre e la loro memoria si manifestano ovunque, se si cerca di coglierli, ascoltando le voci ivi impresse da chi era qui prima di noi, scorrendo le dita sulle loro superfici. Troviamo una colonna di reimpiego rilavorata da mani medievali, che ha una base ad archetti con echi bizantini, ma soprattutto un ridisegno di foglie d’acanto incise sul fusto, a stilizzare un capitello assente, sognato.

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Riposiamo sul nostro terrazzino, affacciato in cima a un cortile corale, splendido da ascoltare oltre che osservare, a ogni ora del giorno, colmo di vita, voci, suoni, dal quale si scorge il castello di Arechi come uno sparviero sempre appollaiato sulla montagna.

Una nuova camminata ci porta a inerpicarci sul fianco della città, cercando di approfondire altre visuali del porto in oggettiva, in parallello con quelle in soggettiva.

La scelta costante e progettuale, durante questo Periplo dei porti, è di assumere una prospettiva preminente dal basso, servendoci di quella dall’alto per complementarietà.

Salendo diagonalmente verso nord-ovest, arriviamo in cima alla fabbrica urbana, nella zona delle Chianchiarelle, in alto, in corrispondenza del Crescent di stamattina, giù in fondo sul waterfront.

La luce è meravigliosa, il mare segnato dalle dita delle correnti, intrecciate in mutuo scambio, all’imbocco delle dighe del porto aperto.

Quassù, colmandosi della pienezza del porto, ritornano in mente dettagli colti attraversandolo: un signore solitario su una barca minuta si arrampicava in testa d’albero, lo sfondo una grande nave e il cetaceo spigoloso di Zaha Hadid; prendo nota del fatto che nessuno fa più grandi feste marine, a quanto mi hanno raccontato laggiù, come quella che osservavo stamattina su un sarcofago romano nel chiostro del duomo.

Ancora più in alto, cerchiamo un Giardino della Minerva di cui ci hanno parlato, ma lo raggiungiamo da chiuso, tra ombre e sole, scale e vento, terrazze morbide di agrumi, a metà fra Sorrento e Ischia che non appare all’orizzonte. Dei ragazzi francesi rilassati, chissà come arrivati quassù, forse studenti fuori sede, chiacchierano a cavalcioni di un muretto affacciato sul panorama.

Iniziamo la discesa da un complesso di S. Anna dal restauro postmoderno. Lentamente incontriamo cupolette, fichi tinti d’autunno, scheletri di pietra intarsiata senza stampelle e in cantiere, oratori barocchi, vociare di bambini che giocano a calcio compressi tra facciate, scalinate e minuscoli parcheggi, bouganvillee e scuole botaniche.

Nuovamente seguiamo il faro del campanile, con la sua linea del tiburio galleggiante sull’orizzonte sfumato del mare, con la sua cupola ribassata bizantina, così simile a un’onda lenta, e le voci bianche dei gabbiani che riposano sul tetto del duomo.

Continuando a seguire tracce di confini urbani come chiave di lettura, cerchiamo Castel Terracena, casa-torre normanna un tempo posta al limitare della città. Mi chiedo se e quanto le sue stanze siano state frequentate da Ruggero II, che ho sempre immaginato sognante viaggiatore in prima persona e per procura, attraverso mari e terre. Quel che resta delle facciate emerge dalle superfici di pietra come se riaffiorasse da sotto la superficie liquida, salata, del tempo.

L’occhio guizza su un catino di ceramica di memoria bizantina e sapore islamico, che per la sorpresa in un simile contesto mi riporta immediatamente a quelli ritrovati più in alto lungo il Tirreno, a S. Pietro in Grado, in questo stesso lungo viaggio. Questo però è incastonato a sua volta in un tondo, e fa da prezioso cuore concavo, aperto, di una stella bicroma che ricorda il duomo, e a sua volta sorge levandosi da una bifora nel cielo di un’ogiva.

Poco oltre, un’altra vera sorpresa mi lascia a bocca aperta in via dei Mercanti: sul fianco della chiesa del Crocifisso si trova una bifora con una transenna di stucco traforata di stelle ad arabesco, ricorda dettagli del duomo di Amalfi ma sembra una musharabiya, fa subito traguardare altri luoghi, altri tempi, manifestando una notevole ampiezza di orizzonti, conferma con il proprio merletto il respiro di questo porto, il respiro di un Mediterraneo indiviso.

Fine capitolo quattordicesimo

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(Testi e foto di G. Asmundo)