353 // Venezia: il bosco delle carene e la collina del Montello (camminando con Yves Bergeret)

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Condivido la traduzione di un mio articolo pubblicato in francese sul prezioso blog di Yves Bergeret, che ringrazio grandemente per l’ospitalità, e che potete trovare a questo link: https://carnetdelalangueespace.wordpress.com/2022/07/29/venise-le-bois-des-carenes-la-colline-de-montello-par-gianluca-asmundo/.

Venezia: il bosco delle carene e la collina del Montello

Prendiamo un sentiero di ritorno dal Claps de la Drôme, dove il fiume si tuffa nel caos roccioso. Attraversiamo boschi profondi. Immersi tra le fronde, Yves Bergeret mi spiega che ci sono due diverse parole in francese per esprimere il concetto di albero, le quali risultano distinte per l’essenza arborea e per l’albero di una nave. Dalla nostra conversazione, fluente come il fiume, nasce un racconto che ci riporta in un altro tempo e luogo, legato alla duplicità concettuale dell’“albero” di un bosco e dell’“albero” sul ponte di una nave, che in questa storia vera è possibile, per un momento, riannodare.

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Lo spazio reale e metafisico di Venezia non può essere concepito separatamente dalla sua laguna e dalla sua terraferma. Nel corso della sua storia, Venezia ha costruito equilibri tra artificiale e naturale, nella modellazione dello spazio, come quasi nessun’altra civiltà, basti pensare alla gestione delle acque dolci e salate. In questo Venezia è sempre stata straordinaria, ma al tempo stesso terribile.

La Repubblica era incredibilmente in grado di bilanciare la salvaguardia dell’ambiente, per le proprie necessità, e lo sfruttamento delle risorse naturali, in un equilibrio basato su una visione a grande scala, con una capacità di gestione raffinata e una concezione quasi utopica. Racconterei volentieri una storia su un luogo molto affascinante e poco conosciuto ancora oggi, ma che descrive la parabola dell’ingegno veneziano.

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Venezia ha un estremo bisogno di legname per costruire se stessa, nella propria duplice forma: quella fluttuante e navale della flotta e quella radicata delle sue stesse isole ed edifici, poggianti su fitte palificate di legno conficcate nello strato geologico del caranto sul fondo della laguna. Per ottenere il legname necessario, Venezia trasforma la pianura padana, abbattendo progressivamente le foreste planiziali. La Serenissima ottiene forse il legname migliore dalle cime del Cadore, che nel Cinquecento diventano la sua frontiera naturale, e delimitano lo spazio concettuale della dimensione territoriale di Venezia.

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Il disboscamento della pianura, a partire dalla seconda metà del Quattrocento, procede in parallelo con l’espansione di Venezia nella terraferma, creando lo “Stato da terra” oltre allo “Stato da Mar”. Si opera una vera e propria colonizzazione agricola e aristocratica, che trova forma nella “Civiltà delle Ville Venete”, che ricreano lo spazio e lo raccontano attraverso le immagini e la costruzione di paesaggi in una continuità tra quelli affrescati e quelli reali, ma questa è un’altra storia. Tutto ciò avrà notevoli conseguenze sull’erosione dei suoli della pianura e sul pericolo di interramento della laguna e del porto, che condurrà alla straordinaria epopea secolare della diversione dei fiumi, ma anche questa è un’altra storia, sempre parte dell’utopia di Venezia del controllo delle risorse e delle forze dinamiche della natura. Al tempo stesso, per la sua sete di legno, Venezia non esita a disboscare isole e tratti di costa del Quarnaro e della Dalmazia.

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Ma c’è un luogo, un piccolo luogo all’apparenza piccolo, defilato e secondario, in cui gli alberi non vengono tagliati e l’ambiente viene integralmente preservato: il bosco del Montello. Si tratta di una collina collocata tra la città di Treviso e le Alpi, lambita, accarezzata e modellata dal fiume Piave, una collina allungata e smussata, di formazione carsica con molte doline, che si trova isolata nella pianura quasi come il dorso di una balena e all’epoca di cui parliamo è ricoperta da un bosco di querce.

Si tratta di un bosco cruciale per la storia di Venezia, anche se oggi è una vicenda un po’ dimenticata. Il legname da qui può scendere lungo il fiume Piave attraverso la pianura e poi lungo i canali più antichi della laguna, fino alla fondamenta di Barbaria delle tole (tole in veneziano vuol dire “tavole” di legno), di fianco all’Arsenale.

Intoccabili, questo spazio e questo bosco sono custoditi molto gelosamente. L’intero spazio viene recintato ed è vietato tagliare gli alberi, perché queste querce (roveri e farnie, soprattutto le specie quercus ilex e quercus ilea) sono preziosissime per Venezia: si tratta del legname più adatto – e da allora interamente dedicato – alla costruzione della flotta militare di Venezia e delle sue galere.

Il Montello a inizio Cinquecento diventa così una riserva, uno spazio quasi sacro, in cui gli alberi possono essere tagliati e ripiantati solo per la costruzione navale, attraverso una silvicoltura attenta agli aspetti ecologici per mantenere un perfetto equilibrio nella continuità della natura. Lo spazio del Montello viene posto sotto il controllo diretto del Senato della Repubblica Serenissima e dei Patroni de l’Arsenal, poi del Consiglio dei Dieci, poi di una magistratura speciale chiamata Provveditorato sopra il bosco del Montello. Si emanano decreti per la sua protezione e addirittura viene stabilita la pena di morte per i trasgressori.

C’è anche un bosco, gemello, con lo stesso scopo e caratteristiche, ma oggi ancora più dimenticato, che si trova al di là del mare e in seno ai monti, a Montona, oggi chiamata Motovun, annidato nel cuore verde dell’Istria.

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I segreti militari di Venezia e della sua flotta quindi non si trovavano soltanto nascosti dentro l’Arsenale, protetti dalle alte muraglie invalicabili. Per precauzione verso le possibili spie Ottomane, addirittura le finestre del campanile di S. Pietro di Castello sono murate, affinché non si potesse scorgere nulla di quanto accadeva all’interno dell’Arsenale. Lo spazio del Montello è anch’esso idealmente e fisicamente recintato, anche se in modo più modesto. Secondo questa lettura, la collina e il suo querceto sono un vero e proprio segreto militare delocalizzato, lontano da sguardi indiscreti.

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Mappa del Bosco del Montello, XVIII sec.

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A un certo punto viene inventato anche qualcosa di geniale. I veneziani comprendono che appendendo alcuni pesi ai rami delle querce in un sistema di bilanciamenti possono già modellare i singoli alberi affinché prendano la forma esatta e quasi finita dei singoli elementi delle costruzioni navali, ad esempio dei fasciami; si tratta quasi di una prefabbricazione che avviene per estrazione dai corpi arborei. Uno straordinario sistema che fonde tecnologia e natura, artificio e dominio con salvaguardia ed ecologia. Esiste una pagina di un trattato in cui si osservano i disegni ad acquerello che mostrano questa invenzione, questa capacità di visione.

Sul Montello, gli alberi parlano la lingua di uno spazio sia umano sia naturale allo stesso tempo, che plasma plasticamente il bosco. Un’utopia affascinante e forse inquietante, ma anche un equilibrio di lunga durata basato sul rispetto.

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Querce a crescita orientata per la costruzione navale, Archivio di Stato di Venezia, Provv. Boschi, R. II.

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Questa continuità dello spazio e del bosco del Montello dura fino alla caduta della Repubblica di Venezia, poi questa unità si spezza a causa di uno sfruttamento senza scrupoli e la suddivisione in lottizzazioni private. Sopravvivono come tracce, come solchi nello spazio, alcune strade di presa (servivano per le manutenzioni e la presa del legname) che solcano perpendicolarmente la collina. Ma oggi del bosco di querce resta poco e, a parte alcuni relitti vegetazionali, è stato cancellato da altri usi antropici indiscriminati. Quel che rimaneva del bosco è stato per lo più sostituito da altre specie come la robinia, alloctona e infestante.

Fa eccezione uno spazio quadrato quasi vergine, perfetto e astratto nella propria planimetria, ritagliato sul fianco orografico del pendio, presso Volpago. Il quadrato di bosco è una polveriera in posizione strategica risalente alla Guerra Fredda, oggi in disuso ma ancora proprietà del demanio militare e inaccessibile.

La collina, benché trasformata, continua a sollevarsi sul paesaggio e raccontare uno spazio utopico, un bosco di carene, un bosco-carena.

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(Articolo di G. Asmundo)